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Intervista con Antonio Acampora

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Abbiamo il piacere di dare voce ad Antonio Acampora. Sotto la sua guida di presidente, negli ultimi anni il Napoli Bonsai Club si è imposto con autorevolezza nel panorama bonsaistico italiano.

Persona discreta e riservata ha una passione ed una cultura davvero invidiabili per tutto quello che riguarda i bonsai ma non solo. 

Leggendo, o sentendolo parlare, di suiseki, haiku, sumi-e si nota la profonda conoscenza che Antonio ha del mondo orientale e giapponese in particolare.
Quello che più mi ha colpito è il modo che Antonio ha nel porgersi. Quasi con pudore come se non volesse mettersi in evidenza con il suo sapere.

Buona lettura.

1) Voglio cominciare questa intervista ringraziandoti per averci concesso il tuo tempo.
Per rompere il ghiaccio ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa di te.

Sono nato e cresciuto ad Ercolano, lavoro come medico presso la SUN con un contratto a termine, quindi con un’occupazione molto precaria, che però m’impegna quasi tutto il giorno, per tutti i giorni della settimana. Il 1995 è l'anno del mutamento profondo del mio concetto di bonsai, trovando in una libreria, il libro di Paul Lesniewicz "Bonsai". Leggendo alcune righe della prefazione, rimasi affascinato dal Bonsai e dal suo mondo. Intuii che il bonsai era un mezzo per avvicinare un mondo vivente differente e silenzioso: quello degli alberi. Per questo ho iniziato ad interessarmi di bonsai, e da allora ogni mattina di tutti i giorni, salgo sul terrazzo della mia casa, dove ci sono i banchi d’appoggio, per innaffiare e controllare i miei bonsai. Cosi inizia la mia giornata… in pratica ho una vita scandita dal ritmo vitale delle mie piante.

2) Inizi a praticare il bonsai nel 1996 e nello stesso anno t’iscrivi al Club che hai guidato fino a pochi mesi fa. È stata la casualità a fare che sia stato così, o hai creduto da subito nelle potenzialità di crescita offerte da un club attivo e attento come il tuo?

Iniziai in quell’anno a frequentare il vivaio Iodice, e li conobbi un gruppo di appassionati bonsaisti, quasi tutti autodidatti e da subito pensammo alla costituzione di un Club per realizzare nel napoletano un punto di riferimento per tutti gli appassionati, e per fornire per primo a noi e agli altri soci che si sarebbero iscritti un bagaglio iniziale d’informazioni corrette sul bonsai. Iniziammo in quell’anno con gli istruttori Massimo Scioppa e Loris Tango, integrati con incontri-laboratori di Armando Lisetto, di Cesare Brusa ecc. L’anno seguente adottammo un progetto didattico in cui gli istruttori L.Tango, D. Mondelli, S. Segneri, ognuno con le proprie peculiarità e competenze, ma uniti nell’operare nel rispetto dello spirito del Bonsai, fornirono ai soci le corrette nozioni sul significato del bonsai e dei suoi aspetti filosofici, estetici e di fisiologia vegetale. Questo è stato sempre il mio convincimento, per la crescita di un bonsaista (e quindi del Club) è importante il confronto, e l’incontro con numerosi istruttori poi il bonsaista privilegerà i concetti, i valori a lui più vicini e affini e che ritiene adeguati.

3) Tre anni dopo accedi alla Scuola d’Arte Bonsai di Suzuki Sensei, posso chiederti il perché di questa scelta? Hai trovato che la filosofia del Sensei fosse quella a te più vicina?

Il bonsai ha un aspetto poliedrico racchiudendo in sé raffinati principi artistici, profondi concetti religiosi-filosofici, simbolismi poetici affascinanti. In un bonsai, per esempio è possibile intravedere la caducità della vita umana in contrasto con il continuo eterno divenire della natura. Una foglia autunnale ricorda allegoricamente il passato, un delicato bocciolo rappresenta il futuro mentre una corolla appena dischiusa può far pienamente comprendere quanto sia breve ed effimero il presente.

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Ognuno può scegliere il suo ambito d’interesse in quest’universo variegato del bonsai, quello che a me affascinava era nella formazione di un bonsai non solo coltivare una pianta, ma coltivare insieme con essa il proprio spirito, per esempio:
- imparare ad essere paziente, ottenere un bonsai di valore richiede tempo e anni di lavoro;
- essere umile, man mano che si procede nell’esperienza, ci si rende conto di quanto resta da imparare e quanto poco si conosce;
- essere costante, dedicare pochi minuti d’attenzione ogni giorno, per conservare in buone condizioni il bonsai;
- essere curioso, infatti, di bonsai non si saprà mai abbastanza, quindi informarsi, leggere, chiedere ecc.;
- infine a conoscere se stesso, ad esempio se si è impazienti, se si creda che basti volerlo per ottenere tutto e subito le cose che si fanno;

Se si è volubili e si sa che le passioni durano poco, forse non si è persona adatta alla coltivazione dei bonsai. Questa mia attenzione per quest’aspetto del bonsai (che poi è di tutte le arti zen) mi ha portato alla scelta della Scuola d’Arte Bonsai ed iniziare un percorso di otto anni con il Maestro Hideo Suzuki.

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4) Nel tuo percorso non mancano neanche la partecipazione alla Bonsai Creativo School ed un percorso di studio con il Maestro Bandera sull’Estetica Bonsai e Cultura Giapponese, mi sembra di capire che il tuo credo sia la conoscenza a largo spettro. Pensi che per chi voglia affrontare un percorso da istruttore, la multidisciplinarità, la conoscenza di più punti di vista, metodologie, idee, siano imprescindibili o si può insegnare a fare bonsai anche con minore impegno formativo personale?

Con la Bonsai Creativo School e con l’Accademia di Sandro Segneri è un cammino iniziato con la nascita del Club e continua ancora oggi, anche Sandro con la sua Accademia ha abbracciato il concetto di multidisciplinarità, ogni istruttore con le sue competenze specifiche è invitato a gestire dei seminari. Penso che chi voglia intraprendere la professione d’istruttore seriamente la conoscenza degli aspetti interdisciplinari del bonsai debba averla, poi ognuno preferirà e approfondirà quell’aspetto del bonsai a lui più congeniale, ad es. la coltivazione, l’estetica, la filosofia ecc.

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5) Conoscendoti mi sembra riduttivo parlare solo di bonsai, per questo ti chiedo se ci puoi raccontare come sono stati i tuoi inizi con le arti orientali. Qual è stato l’input che ti ha spinto a percorrerne la via?

Come detto in precedenza lo stimolo è stato il bonsai, una volta compreso che il bonsai fa parte delle arti zen, e che tutte sono collegate tra loro e rispettano gli stessi principi, la curiosità e il cercare di indagare e analizzare è stato il passo successivo. (Un esempio di legame tra il bonsai e le altre arti zen è stato attuato nell’esposizione sosakukazari della nostra ultima mostra Kokoro no bonsai ten 2013) Così ho iniziato ad interessarmi degli haiku, del suiseki, dello shodo, dell’ikebana, ecc. ed incominciare a leggere e a studiare una serie di testi suggeriti da Massimo Bandera, un istruttore che stimo molto, e che ha un patrimonio di conoscenze vastissimo, oltre alla competenza dell’universo bonsai, con lui si può dialogare dall’astronomia all’opera lirica.

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6) Come dicevo in presentazione fino a pochi mesi fa hai retto le sorti del Napoli Bonsai Club, che emozione ti ha dato aver guidato un gruppo di bonsaisti che negli ultimi anni si è distinto in Italia?

Negli anni in cui sono stato presidente le vicissitudini del Club sono state molteplici, ma ciò che ho sempre considerato e cercato di instaurare nel rapporto con i soci è che il club deve sempre dare ai soci un motivo d’interesse, utilità, vantaggio per frequentare il Club. Il motivo d’interesse dei soci è la cura e la realizzazione dei bonsai, uno degli errori che spesso si fa, è quello di considerare il Club come fosse una società di servizi, alla quale il bonsaista deve decidere se associarsi o no, a seconda che quanto è stato fatto o proposto gli possa stare bene o meglio convenire. Se si vuole che il club progredisca, si sviluppi, il socio non deve porsi la domanda “che cosa mi dà il Club”, ma cosa posso fare io per il Club, con le mie idee, con il mio impegno, e partecipazione. Perché se è utile avere un’associazione allora questa deve diventare una cosa propria, alla quale dare il proprio contributo. Ecco questo è il rapporto che ho avviato con i soci del NBC in tutti questi anni. Ed alla fine i risultati sono arrivati, ricevendo riconoscimenti, approvazioni ed elogi per il lavoro che è stato fatto in questi anni nel Club, colmandomi di soddisfazione e gratificazione.

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7) Leggendo nel tuo curriculum si vede che collabori per diverse riviste di settore, partecipi alle attività di forum e social media, ma quanto pensi sia importante la divulgazione tramite questi mezzi? Pensi che ci possa essere il rischio che qualcuno li ritenga sufficienti alla propria formazione?

L’obiettivo che il bonsaista deve perseguire, è "imparare", vivere il Bonsai è un concetto di comportamento, dobbiamo vivere il nostro percorso di apprendimento come qualcosa di mai terminato, qualcosa che necessariamente deve continuare sino a che noi avremo desiderio di occuparci di Bonsai. In noi deve esserci la voglia di scoprire cose nuove, di confrontarsi con gli altri, di conoscere quanto ci sta intorno (per questo sono importanti, i forum, le riviste, i social media ecc.) ed esercitare la nostra passione intensamente col desiderio di fare ogni volta un passo avanti, ed eventualmente accettando le sconfitte.
E’ importante però capire da subito per un neofita che per inoltrarsi e progredire in questo mondo occorre una guida, un istruttore, un maestro che ti dia la possibilità di apprendere la tecnica, oltre che a mettere in funzione creatività e genialità. Educare l'allievo significa assicurarsi che tale consapevolezza nasca anche quando studiamo nozioni di orticultura o tecniche basilari. È compito del maestro o dell’istruttore fare in modo che questa consapevolezza non vada sprecata. Solo seguendo un istruttore per diversi anni possiamo affrontare i diversi problemi e ricercare e trovare soluzioni, ad approfondire temi tralasciati e considerati meno importanti e, soprattutto, a scoprire nuovi aspetti, non soltanto tecnici, del vivere il Bonsai. Tutto questo non può essere trasmesso dai forum, dalle riviste, e dai social media ecc.

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8) Dopo la chiacchierata su argomenti di carattere generale, veniamo a te. Domanda a bruciapelo: bonsai classico o moderno? E soprattutto, ci credi in questa distinzione?

Si ci credo e da quanto detto prima si può intendere che ho un’affinità per quello classico, ma ciò non toglie che bisogna conoscere entrambi per fare bonsai sempre più belli, sono due aspetti, due modi di fare bonsai, non sono uno contro l’altro come spesso si cerca di fare. Il bonsai classico oggi quasi una rarità, ha avuto origine nel periodo Edo, e portato avanti dalla famiglia Kato, Katayama, Yamada, Kurosu fino alla Keido con Susumo Sudo, e Katayama. Il bonsai classico non è un’arte, ma una via, mentre il bonsai moderno è un’interpretazione artistica di una pianta bonsai. Per quello classico lo scopo estetico è quello di raggiungere la bellezza della natura partendo dalla composizione e annullando l’Io, l’opera richiede più di una vita, i bonsai si tramandano in generazioni in generazioni, e l’autore non è più riconoscibile. Questo tipo di bonsai sta diventando una rarità, e come ha detto Sumo, interessa sempre meno persone, sia per i tempi lunghissimi, sia per la difficoltà di avvicinarsi alla naturalezza (Shinzen concetto di natura divina). Si pensa che per raggiungere l’assenza di artificialità, non vada filato, invece il concetto di natura riguardante la vera naturalezza si raggiunge lavorando per tanto tempo in modo da superare la perfezione. Invece in quello moderno, che si fa risalire alla metà degli anni ottanta con Kimura che vinse la Kokufu ten con il Dragone danzante, c’è un autore riconoscibile, è quasi perfetto ed è un’evoluzione di quello classico.

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9) A questo punto una domanda su un argomento che mi è particolarmente caro. Io penso che in Italia si dia molto peso alla tecnica bonsai e un po’ meno “al dopo”, in particolare alle esposizioni? Pensi sia un pensiero condivisibile, ed eventualmente come si potrebbe migliorare in questo senso?
 
Qui ritorniamo alla risposta precedente, il bonsai classico era esposto esclusivamente nel tokonoma della casa giapponese, mentre quello moderno è esposto nel sekikazari o hirakazari cioè la collocazione dell’esposizione su larghe tavole piatte (es. Kokufu ten). Nello spazio della bellezza arcaico è esposto il bonsai classico dando importanza agli spazi vuoti che lasciano libera la mente di immaginare lo sfondo e i dettagli dell'ambientazione. L’esposizione informale secondo la Scuola Keido nel sekikazari, il kakemono (scroll), i suiseki e i tempai presenti nell'esposizione tradizionale (tokokazari) non sono qui permessi. II bonsai può essere separato dall'ambiente da uno o più pannelli esposto in una nicchia o su appositi tavoli. In qualunque caso, anche se lo spazio assomiglia ad un tokonoma, esso non lo è in modo più assoluto. Preparare il bonsai per un’esposizione è un’arte d’insieme si deve considerare ogni singolo dettaglio. Se l’insieme non è armonico, un albero può perdere in bellezza, al contrario se l’insieme è armonico, anche un albero mediocre potrà venir messo in risalto. Occorrerebbe molta più applicazione e studio su quest’aspetto del bonsai che è stato per molti anni trascurato, ma sembra che adesso molti bonsaisti stanno prendendo consapevolezza e interesse per quest’aspetto del bonsai, e chiedono sempre più chiarimenti e delucidazioni.

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10) Rimanendo ancora nel campo delle esposizioni, tu pensi che sarebbe più corretto seguire pedissequamente le regole dettate dai Giapponesi o introdurre varianti che tengano conto della nostra cultura può essere accettato?

Quando si parla di esposizione bisogna sempre considerare le tre forme o tipologia di esposizione: tokokazari, esposizione nel tokonoma con regole rigide tramandate negli anni per un bonsai classico, sekikazari, esposizione lineare su tavole e limitati da panelli es. Kokufu ten, per il bonsai contemporaneo con norme meno rigorose, ma sempre presenti. Ed infine la sosakukazari, esposizione creativa, in questo tipo di esposizione si può introdurre cambiamenti, variazioni che tengono conto della nostra formazione culturale, della nostra inventiva, della creatività, della fantasia. Il problema sorge quando in una mostra allestita come sekikazari come ad es. quella dell’UBI sono esposti bonsai con un’esposizione creativa, allora si realizza mescolanza di stili e forme che è il contrario di quell’armonia che deve essere sempre presente in un’esposizione. Quindi o si danno degli spazi determinati per l’esposizione creativa, e qui si potrebbero scatenarsi i bonsaisti, anche con un riconoscimento per l’esposizione più all’avanguardia, oppure fare una mostra solo in stile creativo, sosakukazari.

11) Domanda personale, nelle righe di presentazione ti ho presentato come un appassionato cultore di tutte , o quasi, le arti nobili giapponesi, ho esagerato?

No, hai ragione sono interessato e attratto da tutte le arti zen, che cerco di conoscere, studiando, ma sono consapevole che solo con una pratica giornaliera di ognuna che può richiedere più dell’esistenza dell’uomo, si può arrivare alla padronanza completa. Padronanza che porta alla conoscenza di quel mondo estetico giapponese che alla fine è un sentimento.

12) A buon punto dell’intervista, non abbiamo ancora fatto cenno alle tue preferenze in campo bonsai. Qual è la specie che maggiormente ti appassiona?

Mi interessano tutte le specie, ognuna ha delle caratteristiche che mi affascinano o che poco conosciamo come le essenze mediterranee, che dovremmo maggiormente sviluppare, ma quelle che maggiormente mi coinvolgono sono le conifere, specialmente i pini che vivono con una riduzione estrema delle proprie pretese.

13) Bonsai e suiseki notoriamente suscitano emozioni. Quando ti fermi davanti alle tue collezioni, le emozioni che affiorano sono sempre le stesse?

Il bonsai è un’arte ed una disciplina, e come tale, non può fare altro che coinvolgere ogni parte del nostro essere. A volte in piedi davanti ad uno splendido bonsai, torna alla mente un paesaggio di montagna o campagna conosciuto durante l’infanzia, a volte i colori di una passeggiata sul mare, di una gita scolastica… Si tratta di un’esperienza emotiva che solo il bonsai è capace di dare. I bonsai mi fanno rievocare il passato, mi tengono legato al presente, perché le piante sono organismi viventi, ma mi protendono anche nel domani perché ogni progetto, si pone un traguardo lontano. Il bonsai non è semplicemente un albero miniaturizzato, né il semplice risultato di una ricerca estetica formale, ma piuttosto la raffigurazione di un universo in cui si può trovare vento, pioggia, neve, fuoco, mare, cielo, e il fluire del tempo. E’ gioia, tristezza, collera, felicità.

14) Prima di chiudere una domanda “spinosa”, credi anche tu che gli eccessivi campanilismi presenti nel mondo bonsai nostrano, alla fine possano danneggiarlo in maniera grave? Se si, pensi ci sia ancora margine per tornare ai fasti di poco tempo fa quando eravamo considerati i migliori dopo i giapponesi?

Penso che questa fase che vedeva bonsaisti e i club gli “uni contro gli altri armati” stia terminando. Oggi la chiusura, l’isolamento è difficile che porti arricchimento culturale, in passato ognuno era chiuso nel suo gruppo, anche per motivi di convenienza e di leadership ed aveva quasi apprensione, sospetto per chi non apparteneva a quel raggruppamento (nei forum in passato quante volte bonsaisti si scagliavano contro altri solo perché apparteneva a quella scuola o a quel club). Tutto questo certamente non ha fatto bene al bonsaismo italiano, penso che quest’andamento lentamente stia finendo, e quasi tutti sono d’accordo per una maggiore partecipazione e condivisione tra club, bonsaisti e scuole bonsai, che non potrà che far bene al bonsaismo italiano.

15) La nostra chiacchierata è giunta al termine, nel ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato ti chiedo un saluto per i nostri lettori. Buon bonsai!!

Il saluto e l’augurio che rivolgo a tutti i bonsaisti è che praticando questa passione, il vostro cuore e la vostra mente si riempiono di un sentimento d'appagamento, di serenità, e di gioia.

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Intervista con Enzo Piovanelli

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Ci farà compagnia, in queste prossime pagine, Ezio Piovanelli. Persona discreta e riservata, di lui non si hanno notizie, se non quelle relative ai concorsi e premi vinti, oltre al suo impegno per la diffusione di questa meravigliosa arte.

Nelle prossime pagine cercheremo di conoscerlo meglio. Ora lascio la parola ad Ezio. Buona lettura.

I SUISEKI. Pietre raccolte in natura per la loro bellezza, rispettate nella loro integrità, racchiudono in sé con perfetta armonia colori, forme e suggestioni.
E' nella capacità dell'uomo capirne l'interpretazione per poi vederle trasformate in opere di assoluto valore artistico.
"Questo concetto fa dei Suiseki una vera forma d'arte, naturale, primitiva e spirituale." ‐ Ezio Piovanelli

Voglio cominciare questa intervista ringraziandoti per averci “aperto la porta di casa”. Detto ciò ti chiedo di parlarci un po’ di te. Chi è Ezio tra le pareti di casa?

Ezio tra le mura di casa è sicuramente un uomo felice. Tutto ciò che gli è attorno gli rappresenta le sue passioni (che sono il Suiseki e il Bonsai). Sì, per chi non lo sapesse, anche il Bonsai fa parte delle mie passioni. Così trascorro buona parte del mio tempo tra pulire, fare Dai alle mie pietre e annaffiare, potare e concimare i miei Bonsai.

I tuoi primi approcci con il Suiseki risalgono agli anni ’90, sbaglio o possiamo affermare che tu sia stato uno dei principali attori del suo sviluppo in Italia?

Nei primi anni ’90, il mio lavoro occupava gran parte del mio tempo. Malgrado questo, nei ritagli di tempo, mi dedicavo alla ricerca e all’informazione di tutto quanto riguardava il Suiseki. Le mie esperienze le ho riportate ai soci del mio club e pochi altri appassionati. Questo è quanto ho potuto fare in quegli anni.

Fondamentale per la tua crescita personale sembra sia stato l’incontro con Franco Saburri, oltre che sul piano umano, tu quanto pensi abbia inciso la frequentazione con Franco nel tuo percorso artistico?

Conosco Franco nel 1998, anno in cui la mia conoscenza del Suiseki e la mia collezione erano a livelli ottimali. L’incontro mi portò a partecipare a manifestazioni nazionali e internazionali. Importante era la nostra frequentazione, ci portava a dibattere quali erano le problematiche del Suiseki. Ci trovavamo concordi su due punti fondamentali; la diffusione del Suiseki, per mezzo di associazioni e di club che ne prendessero in considerazione l’importanza. L’altro punto è l’esposizione, che ci vedeva quasi sempre in conflitto, ma che poi risultava sempre costruttiva.

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Ritornando al sodalizio con Franco, quanto ritieni sia stato importante nella divulgazione di un’arte che, ancora adesso, ai più risulta poco comprensibile?

Personalmente tanto. Se oggi ho la possibilità di trasmettere quest’arte lo devo a quei dibattiti. Sono sicuramente gli anni più proficui, dove la mia conoscenza ha fatto veramente un salto di qualità.

Collegandomi all’ultima parte della domanda precedente, io ho l’impressione che nel nostro Paese il Suiseki, tra quelle di importazione nipponica in particolare, sia un’arte considerata, a torto, minore. Se è così, quali a tuo avviso i motivi?

La non conoscenza. Abbiamo l’abitudine di osservare l’esteriorità delle cose, mentre si dovrebbe approfondire di più quest’arte. Il Suiseki è fatto di meditazione, poesia e di valori culturali. È questa la differenza tra Oriente e Occidente: due culture ampiamente differenti.


Voglio ancora insistere sulla scarsa considerazione della quale quest’arte gode in Italia, quali secondo te potrebbero essere le iniziative, o più prosaicamente, le cose da fare, perché il Suiseki abbia finalmente la dignità che merita?

Bella domanda. I giapponesi hanno la cultura del Tokonoma. Arti come il Suiseki o il Bonsai, la scrittura e l’Ikebana, hanno la loro maggiore espressione artistica nell’interpretare la Keido. Il Suisekista dovrebbe, a mio parere, orientarsi su questa, come un pittore lo fa dipingendo la tela.

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Piccola frecciatina... Pensi che tutte le federazioni interessate si stiano muovendo in maniera adeguata per raggiungere gli obiettivi prima detti?

Io credo di sì. O meglio, me lo auguro. Penso che per il Suiseki non sia abbastanza confrontarsi con il Bonsai, si dovrebbe accedere con altre arti come l’Ikebana, con cui ho avuto il piacere di confrontarmi con positività. Oppure con hobby e passioni come la mineralogia o addirittura la scultura.

Dopo aver divagato un po’ veniamo all’Ezio Piovanelli artista del Suiseki. La mia prima domanda è: cosa ti ha fatto innamorare di quest’arte?

La mia passione per i minerali e i fossili mi ha sempre portato ad amare le pietre. Avvicinandomi al Bonsai scopro il Suiseki. Riportandomi alla risposta precedente, per questo dico che confrontarci con altre passioni aumenterà le opportunità di far conoscere il Suiseki.

La tua collezione vanta diverse decine di pezzi provenienti dai luoghi più disparati, tra tutti ce n’è uno che ami di più o per han tutte la stessa importanza?

Dire che tutte hanno la stessa importanza, non è corretto. Ci sono pietre legate a dei momenti, altre che risultano nei canoni del Suiseki, altre ancora che per motivi personali mi emozionano. Per ciò non mi sento di dire che una pietra valga più di un’altra. Tutte hanno quel qualcosa che me le fa apprezzare.

Quando ti fermi ad osservare le tue pietre quali sono le emozioni che ti suscitano? Cos’è che ti spinge a fermarti a contemplare una pietra?

Quando guardo le mie pietre, vedo che non ce n’è una uguale all’altra; vedo forme, disegni oppure colori. Mi chiedo: “Chi c’è dietro a tutte queste opere per poi regalarmele?”. Io penso che la natura faccia delle cose talmente belle, da poter donare a tutti, orientali e occidentali. Per questo chi ama il Suiseki ha un solo modo di apprezzarne la sua bellezza.

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Volendo fare un parallelo con l’arte Bonsai, quali credi che siano i motivi della maggiore diffusione di questo rispetto al Suiseki? A tuo avviso, il fatto che il fare Bonsai permetta una maggiore interazione con la materia, può avere il suo peso?

Premesso che io faccio Bonsai, come detto all’inizio, penso che il poter agire sulla materia dia all’uomo quel senso di prevalenza. Il Suiseki è un’opera fatta dalla natura, dove l’uomo la può solo interpretare per poi condividerne la bellezza. Queste due condizioni possono fare la differenza? Non lo so.

Torniamo al tuo modo di vivere il Suiseki. Quanto pensi abbia influito l’aver approfondito quest’arte sul tuo modo di vivere la quotidianità? Credi a chi dice di aver profondamente cambiato il proprio modo di vivere dopo aver conosciuto la bellezza delle arti orientali?

Dire che mi ha cambiato il modo di vivere mi sembra esagerato, però, da quando l’ho conosciuta non c’è giorno che io non ci pensi e la voglia di saperne di più mi spinge alla ricerca e all’apprendimento di questa stupefacente arte. Spesso penso all’importanza nella gerarchia delle arti, che il Suiseki assume in Giappone.

A tuo avviso, come mai in un paese come il nostro, che è fatto di arte non c’è la giusta considerazione? Pensi possa bastare come giustificazione la differenza culturale?

Penso di aver toccato questo argomento nelle risposte precedenti e penso anche che chi ha voglia di cimentarsi con arti diverse delle nostre alla fine può scoprire che sono molto simili.


Ci avviamo alla conclusione, qual è l’augurio che fai al movimento Suisekista italiano?

Mi auguro che la voglia di fare Suiseki si trasformi in gioia, piacere e entusiasmo come provo io per quest’arte. Per questo auguro a tutti gli appassionati le stesse emozioni.

La nostra chiacchierata è giunta al termine, nel ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato ti chiedo un saluto per i nostri lettori.

Buon Suiseki!! Ringrazio chi fin qui mi ha letto. Il mio modo di vivere il Suiseki è sicuramente personale, però voi vivetelo come volete, però, vivetelo

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Caro, inatteso Giappone

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Già dal titolo del suo libro, Leggero il passo sui tatami*, Antonietta Pastore sembra voler suggerire una doppia chiave di lettura del volume:

da un lato il testo si snoda sotto forma di narrazione di un viaggio sentimentale all'interno di una cultura ricca di grazia, mentre dall'altro si presenta come un'indagine attenta a svelare gli aspetti più familiari e talora contraddittori del popolo nipponico, tesa così a smentire (o per lo meno a correggere) i numerosi stereotipi in proposito

La scrittrice ci racconta con fare confidenziale questa realtà formalmente così lontana da noi ‐ ma umanamente così vicina ‐ ricorrendo a disavventure ed episodi vissuti in prima persona durante il suo lungo soggiorno in Giappone, che non di rado strappano un sorriso. Si delinea in tal modo, dinanzi ai nostri occhi, un orizzonte inconsueto e inatteso, fatto di superstizioni, credenze bislacche, abitudini in apparenza incomprensibili e gesti di squisita gentilezza. Protagonisti di questi ricordi sono per lo più individui comuni, conosciuti attraverso esperienze quotidiane, non di rado incrociati soltanto per qualche minuto.

Alcuni di loro, però, sono senza dubbio destinati a rimanere nella memoria del lettore: il pensiero corre subito alla vecchina ritenuta dai parenti priva di lucidità, eppure ancora in grado di comportarsi da perfetta padrona di casa; oppure al timidissimo professore che, consapevole del suo amore impossibile per una ragazza americana, acquista tutti gli oggetti che lei ha posseduto per sentirla vicina una volta che sarà tornata in patria. La scrittrice, con grande onestà, non nasconde i suoi momenti di insofferenza o scoraggiamento dinanzi ai piccoli e grandi problemi che ha dovuto affrontare in Giappone nel corso del tempo, come le difficoltà di apprendimento degli onnipresenti ideogrammi, gli scarti imprevedibili dal galateo occidentale, l'inflessibilità dei regolamenti e della burocrazia. Infine, sono senz'altro da citare le pagine dedicate all'incontro dell'autrice con la letteratura giapponese; un incontro avvenuto per caso dopo anni di indifferenza, che il tempo ha fecondato e portato a maturazione: oggigiorno, infatti, Antonietta Pastore è una delle più prolifiche e competenti traduttrici italiane.
* I tatami sono le stuoie che ricoprono i pavimenti delle abitazioni giapponesi.

LEGGERO IL PASSO SUI TATAMI ANTONIETTA PASTORE EINAUDI 2010 pp.192 € 13,50

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Bonsai Kunio Kobayashi

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Avevo già acquistato questo lavoro editoriale del Maestro Kobayashi nella sua versione originale in lingua inglese

edito da PIE International Inc. di Tokyo. Da buon bibliofilo ho poi acquistato l’edizione italiana, stampata sempre in Cina dove, con buona grazia, i costi di stampa sono concorrenziali, distribuita da L’Ippocampo di Milano.

Nella IV di copertina, il nome di Kobayashi è insolitamente affiancato da quello di Kazuhiko Tajima che è Art Director di questo libro. Il Maestro ha potuto contare su uno staff professionale che ha presentato un lavoro editoriale molto gradevole e molto curato. Il prezzo di copertina rientra in una media ragionevolmente accettabile.
La cooperazione con una serie di musei giapponesi ne valorizza la ricerca fotografica. Il libro si apre con una brevissima storia del bonsai, cui segue una pagine interessante titolata "Contemplazione". Entriamo poi nel corpo vero e proprio del lavoro che è diviso nei dodici mesi dell’anno.

Ogni mese comprende le foto ed una brevissima descrizione di una varietà di pianta. L’Autore scrive che “sono circa 120 le varietà di alberi usate nella creazione di bonsai, qualcuna in più se si includono le varietà orticole e i cultivar”. Il titolo di ogni mese è allietato dai versi di un haiku.
Alle lingue straniere delle varie edizioni si affiancano gli ideogrammi giapponesi che dal punto di vista estetico fa sempre piacere apprezzare.
E’ questo un libro che va tenuto assieme ad altri di ogni buon bonsaista soprattutto per il nume illustre del suo Autore. Dal punto di vista informativo le schede botaniche sono molto sintetiche e credo non aggiungano molto alle nostre conoscenze. Ma l’Autore si chiama pur sempre Kobayashi.

BONSAI
KUNIO KOBAYASHI
EDIZIONI IPPOCAMPO
Prezzo 29,90 €

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Un amore e due paia d'ali

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Mishima il nazionalista, il raffinato, il giapponese. Mishima l'occidentalizzato, il contraddittorio, il suicida

Se ne sono dette tante ‐ e se ne dicono ancora ‐ sullo scrittore nipponico, ma che fosse capace di scrivere un testo quasi impalpabile come Ali potrebbe apparire incredibile a molti

Si tratta, in fondo, di un breve racconto: una manciata di pagine che volano via in un baleno, lasciando dietro di loro una sottile scia di malinconia. E di malinconia e timidezza paiono fatti i due giovanissimi protagonisti della storia, la dolce Yoko e suo cugino Sugio, che si aggirano insieme per le strade di una Tokyo su cui incombono, gravi, tutte le minacce del secondo conflitto mondiale all'apice della sua drammaticità. Eppure, il loro amore acerbo e clandestino, bizzarro come solo sanno essere le passioni adolescenziali, sembra non conoscere paura, nutrendosi di una leggenda evanescente, che affonda le radici nell'anima: entrambi sono in segreto convinti che l'altro possegga un paio di ali, invisibili a chiunque, ma non hanno il coraggio di confessarselo.
Possono in tal modo vivere soltanto di parole non dette, di pensieri sottilmente intrisi di erotismo, di promesse che attendono, forse invano, la fine della guerra per prendere corpo.
La prosa limpidissima ed esatta di Mishima evoca un mondo dai tratti onirici, che sa accogliere l'orrore dei bombardamenti e la vivace ricchezza delle azalee in fiore, celando però un grumo più profondo e oscuro. Ed è proprio qui, con buone probabilità, che lo scrittore ha saputo nascondere una parte di sé; la medesima che ‐ come le ali di Yoko e Sugio ‐ nessuno pare saper scorgere. Rivelò infatti il romanziere, quasi con amarezza: "Pensai d'aver scritto con molta sincerità di me stesso [...] invece, a quel tempo, nessuno si accorse della mia confessione. Probabilmente era la conseguenza di essere sempre apparso agli altri come chi non vuole mai dire nulla di sé".

ALI YUKIO MISHIMA STAMPA ALTERNATIVA

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