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La casa della luce

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Si direbbe che il primo racconto contenuto ne La casa della luce di Ogawa Yoko (Il Saggiatore, 2006, pp. 160, € 13) sia, come suggerisce il titolo, il semplice diario

della gravidanza di una donna, redatto dalla sorella adolescente con dovizia di particolari circa le nausee e i capricci della futura madre.

Eppure qualcosa non torna, non fila liscio sulla pagina, ma si impiglia nell’animo del lettore, inquietandolo; e lo stesso avviene per le altre due brevi storie che compongono il volume, Dormitorio e La casa della luce. Le vicende si insinuano sottopelle, mentre le atmosfere torbide e dense offuscano una realtà solo apparentemente felice o decorosa, lacerata di continuo da piccole crudeltà, tanto più feroci quanto gratuite e volte verso chi non è in grado di difendersi. Emblema di ciò è, senza dubbio, il racconto che dà nome alla raccolta, in cui la giovane Aya, che vive nell’orfanotrofio di famiglia circondata da bambini e ragazzi soli al mondo, tenta di squarciare la noia e la rabbia per il suo isolamento con violenza codarda. È proprio lo scarto ― talvolta minimo, eppure profondissimo fra normalità e perversione a turbare il lettore, insieme alla nonchalance con la quale si compie o si osserva il male: quello senza maiuscola, quello dei piccoli drammi quotidiani. La casa della luce è, in fondo, metafora del nostro vivere, in superficie quieto e rispettabile: appena sotto i nostri piedi, s’apre un baratro in cui si annidano oscure pulsioni che, forse, non sapremo mai del tutto governare.

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