Bonsai

Bonsai stile bunjin

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BUNJIN

L'esaltazione dell'essenzialità

L'albero che appare nelle fotografie è un esemplare dal tronco vecchio e sottile, con molti rami apicali. Si pensa provenga da raccolta in natura; dovrebbe avere circa 80‐90 anni di vita. Prima dell'intervento qui esposto non era mai stato lavorato. Quest’articolo descrive il primo intervento di formazione di un pino silvestre in stile bunjin partendo da un materiale completamente grezzo.
Prima di iniziare ad illustrare la lavorazione vorrei fare insieme con voi alcune riflessioni sullo stile bunjin‐gi.

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La forma oggi considerata rappresentativa per un albero bunjin è di un esemplare dal tronco vecchio ed esile, con pochi rami essenziali, un albero che possiede una grazia naturale, un albero che guardandolo non mette tristezza, ma placa l'animo. Letteralmente bun significa lettere, scrittura e jin significa persona, quindi si potrebbe tradurre il termine bunjin come persona che ha le lettere, persona colta. Bunjin erano quindi letterati, per lo più monaci, ricchi proprietari terrieri o artisti o calligrafi. Il contrario di Bunjin è Bujin, cioè uomo d’armi o soldato. Riferendosi invece a un bonsai, si utilizza il termine Bunjin Bonsai o Bunjin‐Gi o Bunjin‐Ki (Gi e Ki significano albero). Bunjin era una persona che non sentiva l’incanto della celebrità, del potere o della gloria, era una persona ricca di spirito. Pertanto un albero bunjin deve esprimere la natura spirituale di questo tipo di persona. Forma e rami sono di una raffinatezza eterea. L'albero rifiuta il superfluo, riducendo i suoi elementi all’essenziale. I Bunjin raffinati scrittori e pittori erano in sintonia con la filosofia taoista e s’ispiravano ai fondamenti del Confucianesimo. Il Confucianesimo era una scuola di pensiero cinese fondata da Confucio, che era un letterato. Il Confucianesimo divenne dottrina base dello Stato cinese fin dalla Dinastia Han. Il principio ordinatore dell'Universo, secondo questa scuola di pensiero, era l'armonia (li'), che rappresentava il fine ultimo cui doveva tendere l'uomo attraverso il culto del divino e degli antenati, la cultura, il rispetto degli altri e l’esercizio costante delle virtù.

Dal loro pennello emergevano il vuoto, la solitudine, la malinconia e l'avversione che scatenava in loro la finzione. I letterati giapponesi che subirono l'influenza del gusto e del pensiero cinese, ricercavano la sublimazione nell'arte e permeavano il loro quotidiano di raffinatezza e spiritualità, rifuggendo da tutto ciò che era volgare. Non solo ammiravano le piante in forme naturali ma cercavano anche di vivere seguendo questa corrente artistica. Ma i letterati subirono anche l'influsso della filosofia taoista, che aveva una visione positiva della Natura e usava i paesaggi, per evocare splendide rappresentazioni del Paradiso taoista e delle Montagne sacre. Quindi, i letterati non si avvicinarono al Bonsai per perfezionare ed apprendere l'estetica, bensì per rappresentare alcune verità filosofiche e metafisiche. I bunjin adottarono l’immagine del Pino cresciuto su un dirupo, essendo il pino simbolo dello spirito del bunjin che cerca di vivere dei suoi ideali, senza compromessi. A poco a poco iniziarono a raffigurare i loro ideali in forma di bonsai.

La pittura bunjin (bunjin‐ga) non era realistica, né multicolore, ma più vicina alla pittura suiboku (letteralmente acqua e inchiostro, una pittura in bianco e nero, priva di
linee e contorni marcati). Questo era lo stile che meglio poteva esprimere la raffinatezza e la grazia della natura universale, la mutevolezza dell'energia vitale, il ki di tutta la natura: montagne, fiumi, erbe, alberi... Si dice che per ritrarre un paesaggio il bunjin viaggiasse a lungo, solitario, in contatto con la natura, disegnando schizzi degli scorci più suggestivi; quindi tornava, stendeva un foglio di carta e con inchiostro e pennello dava voce a quel bagaglio di sensazioni e stati d'animo che altro non erano se non il respiro dell'universo.

In altre parole l’uomo conviveva con la natura unendosi con essa e continuando a vivere insieme. Questa via per scoprire l’essenza della vita è collegata fino ad essere essa stessa “l’estetica del Bonsai.” La nascita dello stile Bunjin non è ben delineata, anche se pare ricollegarsi alla seconda metà del periodo EDO, che intercorre dal 1603 al 1868. Prima di allora, intorno all'epoca Kamakura 1333, si parlava comunemente di bonsan (albero in vaso), termine adoperato in poesia o nelle presentazioni cinesi e del quale si trova ancora all'inizio dell'epoca Edo (1600‐1868), per indicare genericamente ciò che oggi è il bonsai.
La gente comune usava i termini hachi‐ue, o anche ue‐ki, con il significato di albero messo in un vaso. La parola bonsai compare per la prima volta nel XVIII secolo. Solo dall'epoca Meiji appare la denominazione albero bunjin o bunjin‐gi. Lo stile Bunjin nasce a cavallo tra la fine dell'Era Tokugawa (1868) e l'inizio di quella Meiji (1869), grazie ad alcuni letterati giapponesi molto conosciuti, come Sanyo, Chikuden, Yo‐ sa Buson (haiku) Taiga (pittori) Aoki Mokubei (ceramisti) e Chokunyu, che seguivano le regole di pittura descritte nel Manuale di pittura del giardino del seme di mostarda, inoltre ammiravano e studiavano a fondo dai libri Yuo Hikusai‐ gafu e Kaishi‐en‐kaden o Keshi-Gaden, considerati libri di testo per tutti quei pittori che si definivano innovatori e che erano ispirati dalla pittura Nansoga o Nanga (1127‐1279) condizionata dal folklore e dai dipinti della scuola cinese meridionale, la cui opera più famosa è il dipinto Canto del Sud.
Dopo la metà del periodo Meiji, il bonsai cessa di rappresentare il campo d’interesse dei soli letterati ed emerge la possibilità di sviluppo come arte di stile occidentale. La condizione di ricerca spirituale del periodo Edo che era l'aspirazione ostinata al principio "rispetta la realtà e liberati dalle illusioni", non era più adeguata al periodo Meiji, caratterizzato da una cieca impazienza per l'Occidente e i suoi valori. Venuta meno l'essenza del letterato, l’appellativo di bonsai bunjin, si allontana dalla natura del letterato per diventare espressione di forma. Non più,quindi, riferimento alla sfera spirituale, il nome si lega semplicemente alle caratteristiche di un aspetto esteriore.
Le caratteristiche e gli attributi (splendidamente descritte da Naka per noi occidentali) dello stile Bunjin sono:

1. Pur avendo un suo aspetto, non esiste una forma o un modello predefinito
2. Non è lineare ma irregolare
3. Come un cibo che all’inizio non ha sapore, ma più ne mangi e più la sua bontà ti pervade.
4. Sembra come se stia lottando per sopravvivere pur essendo in realtà estremamente in salute. Ciò che sembra quasi una lenta sofferenza deve essere solo concettuale, “non reale”. Il suo aspetto generale, deve semplicemente essere libero, non costretto, comprensibile, leggero, arguto e non convenzionale.
5. Un buon esempio, deriva dall’osservazione di alberi che abbiano sopravvissuto ad ogni sorta di disagio.
6. Evitare di aggiungere cose superflue, la forma definitiva deve essere essenziale
7. Dovrebbe indicare un grandioso ritratto pur essendo un semplice schizzo, un grande poema con una piccola frase
8. Una figura modellata dal vento, dal tempo, non troppo robusta ma semmai gradevole

La natura e le qualità del bonsai bunjin possiamo così tratteggiarle:
- l'apprezzamento del paesaggio;
- il cielo in un vaso;
- il senso di un'opera pittorica, un sogno, una sintesi, il sentimento di una poesia; eleganza, quiete, vetustà, modestia, mistero, la creazione di una forma che non ha bisogno di giustificazione..., di cornice... che testimonia la vita nonostante tutto... Basta.... il NULLA (mu, non voler dire unicamente nulla, ma significa anche la libertà totale che si consegue distaccandosi da qualsiasi forma e materia) che circonda l'albero...

Il bunjin‐gi deve trovare spazio nel vuoto, ma non colmarlo, nel vuoto ciascuno può manifestare cosa ha nell’ animo. Tuttavia non sempre tutti questi elementi sono riconoscibili nei bonsai bunjin. Per avvicinarsi a questo stile sarebbe vantaggioso studiare i Kanji (scrittura cinese o giapponese, Shodo).
Bunjin è un albero che, nonostante il tronco sottile, ha sopportato innumerevoli tempeste di neve; il continuo accanimento della natura ha ridotto il numero dei suoi rami e l'albero mostra la sua forza nella forma che gli consente di sopravvivere alle avversità della natura. Avrà una forma raffinata ed eterea ma colma dei rigori della natura implicita in essa.
Quest’aspetto ha in sé qualcosa d’impenetrabile, una bellezza unica, rappresenta lo stato di una profonda comprensione dei principi di wabi (semplice, calmo, quieto, solitario, ecc.) e sabi (maturo, vecchio, sereno, mite, ecc.)
In origine tutti i bonsai bunjin erano creati rispettando i principi di wabi e sabi. Per creare un albero bunjin è essenziale riprodurre sui suoi rami quelle linee forti e marcate, nelle quali la natura è maestra. Anche se non esistono norme precise, i bunjin‐gi dovrebbero avere una forma che richiami alberi che crescono in valli profonde, con crescita allungata in cerca della luce del sole, condizionati da altri alberi vicini.

Prima impostazione e potatura di una conifera in stile Bunjin

La foto 1 mostra il materiale di partenza scelto per creare un bunjin che esprima una condizione estrema: un Pinus silvestris alto circa 70 cm, che non presenta ancora una maturità di coltivazione (mochi‐komi). Come albero bunjin mostra intensamente, attraverso il tronco, la severità della natura che ne ha forgiata la forma. Non si può dire che sia molto elegante. Al momento la parte superiore presenta una crescita libera e vigorosa e i rami sono riuniti formando una chioma disordinata. Non c'è armonia con il tronco che, invece, esprime la severità della natura. Si tratta essenzialmente di eliminare i rami superflui ed avvolgere gli altri, correggendone la posizione. La difficoltà sta nel decidere, prima di tutto, il fronte dell'albero, poi i rami da togliere, quelli da mantenere e come correggerne la posizione. In altre parole occorre disegnare con precisione nella mente una forma chiara da realizzare. Il primo passo è di esaminare attentamente l'angolo d’inclinazione e decidere il fronte dell'albero.

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Come si può valorizzare la torsione del tronco alla base delle radici? Valutando tutti i pregi e i difetti, progressivamente si determina il punto di visuale migliore: il fronte dell'albero. Viene eliminato il ramo lungo sul lato destro dell'apice, lasciando un moncone poi rifinito come jin. Dopo sono stati eliminati i rami nella parte apicale, lasciando soltanto pochi rami. Questo perché il movimento del tronco è perfetto per evocare una condizione ambientale sfavorevole alla crescita (foto 2, lato posteriore).

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La forma bunjin ha un fascino ed un valore del tutto peculiare, dovuti all'intensa suggestione di maturità che esprime. Normalmente presenta un ramo marcatamente discendente, che dà carattere all'esemplare. I pregi particolarmente ammirati della forma bunjin sono la maturità di coltivazione (mochi‐komi), che dovrà acquisire negli anni, le curve delicate ed eleganti del tronco e l'atmosfera suggerita dalla ramificazione.

Il ramo discendente sul lato destro è fondamentale per dare carattere all'esemplare. Per questo motivo, dal fronte, si deve vedere chiaramente la sua posizione ed il suo movimento. Nel Pinus, i rami apicali dovranno essere alleggeriti nei prossimi interventi. Si osservi la foto che mostra l'esemplare al termine della modellatura: l'apice è una cupola di vegetazione formata da tanti rametti come avviene negli alberi vecchi e maturi, che hanno perso la spinta di crescita verso l’alto e raggiunta stabilità ed equilibrio di crescita. Avvicinare i rami al tronco e il disegno sarà valorizzato da ramificazioni corte e molto vicine al tronco.

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Si tratta di rami che in giapponese sono chiamati kuytsuki‐eda, cioè rami che mordono il tronco, “bocconcino” e rappresentano una peculiarità della forma bunjin. Come quelli chiamati hashirieda cioè rami lunghi. Alleggerire il disegno è più facile a dirsi che a farsi. Normalmente non basta un unico intervento: occorre accorciare i rami gradualmente fino ad ottenere nuovi germogli in prossimità della base, che consentano il mantenimento di rami corti e compatti.

Questo procedimento richiede meno tempo nel caso dell'apice, poiché è la zona dell'albero che cresce e si sviluppa con maggior vigore, mentre è più difficile da applicare sui rami marcatamente discendenti della zona inferiore, meno vigorosa. Dopo questi interventi rilevanti non ci saranno altre potature della stessa portata, ma il lavoro sostanziale consisterà nel rendere folti i palchi, nella rifinitura e nel mantenimento del disegno raggiunto.

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Il ramo dominante discendente è avvicinato al tronco per accentuarne l'angolo acuto alla base, segno di maturità e dell'ambiente severo tipico dell'alta montagna. Dopo l'intervento si può osservare un maggiore equilibrio tra le masse di vegetazione; il nuovo aspetto valorizza il movimento del tronco, mentre ogni ramo risulta più essenziale ed importante nel suo ruolo. Nel complesso il pino appare particolarmente vecchio, maturo ed evocativo del suo paesaggio tipico.

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Bonsai di kaki

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KAKI

I cachi che colorano le colline e i campi annunciano l'autunno in Giappone.

L'aura di dignità di questo bonsai è accresciuta dall'aspetto antico del suo tronco curvo e cavo; i rami aggraziatamente separati sono tipici di questa specie. L'apparire del frutto del cachi è segno di tardo autunno. Nei villaggi di montagna i vecchi alberi continueranno a vegliare sulla vita della gente sino alla fine dei tempi.

FAMIGLIA EBENACEAE - GENERE DIOSPYROS - NOME COMUNE CACHI, KAKI

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Albero deciduo, in Giappone il cachi viene coltivato per i suoi frutti.
Invecchiando, il tronco si tinge di sfumature marrone‐nerastre. Molti dei sui rami sono divergenti, e le foglie alterne di forma ovale si animano d’autunno di un bel colore rosso.
Se come bonsai di piccole e medie dimensioni si usano anche il royagaki (Diospyros rhombifolia), il tokiwagaki (Diospyros Morrisiana) o il mamagaki dai piccoli frutti, nessuno ha l’eleganza del cachi di montagna (Diospyros kaki).
Sui frutti giallo‐rossi del cachi sembra sempre diffondersi la calda luce del tramonto. Il fascino di una tradizione millenaria circonda ancora ai nostri giorni gli alberi di cachi, i cui frutti, dal sapore delicato e particolare, solleticarono la fantasia dei popoli antichi, che individuarono in essi "il cibo degli dei".
Originario della Cina, dove viene indicato col nome di "Mela d’Oriente", il Caco viene largamente coltivato anche in Giappone e occupa un posto di primaria importanza nella dieta alimentare di quei popoli.

ESPOSIZIONE

Il Caco si colloca in posizione ventilata e soleggiata. Poiché le foglie non si bruciano per la mancanza d’acqua, non è necessario mettere la rete ombreggiante, neanche in piena estate. Se si ha poco tempo per innaffiare, è meglio posizionarlo in modo che non sia esposto al sole pomeridiano. In inverno occorre evitare che il terriccio geli. 

INNAFFIATURA

Per una produzione ottimale di, il Diospyros predilige innaffiature regolari in primavera e in autunno , ma generose in estate. Anche se gli alberi di cachi tollerano bene la siccità , la qualità dei frutti risente della mancanza di un apporto regolare di acqua.

POTATURA E FORMAZIONE

Se l’obiettivo è la formazione dei rami, si pota da ottobre a febbraio dopo la caduta delle foglie, periodo che coincide con la quiescenza della pianta. Se invece l’obiettivo è la fruttificazione, una volta che i frutti interrompono la loro crescita (giugno), si potano i rami selezionando quelli che si intende lasciare. I rami del Caco sono abbastanza rigidi, ma rimangono morbidi fino a quando le vegetazioni non raggiungono i 15‐20 cm: il giusto procedimento è di fermare in quel momento le nuove vegetazioni con il filo (avvolgere con il filo ferma la crescita dei rami, se questi vengono curvati verso il basso); su torsioni e piegature più impegnative è opportuno l’utilizzo della rafia.

RINVASO

Il periodo migliore per effettuare il rinvaso è la primavera, prima del risveglio vegetativo; si lava via il vecchio terriccio e si sostituisce con un substrato che garantisce un buon drenaggio. Poiché le radici crescono vigorosamente, si consiglia l’utilizzo di un vaso più profondo in modo da avere una maggiore umidità nel terreno. Si rinvasa ogni tre anni, ma una volta superata la fase di crescita, quando l’obiettivo sarà quello di ottenere una maggiore fruttificazione, si dovrà rinvasare ogni anno. Se si ha poco tempo per innaffiare, è meglio posizionarlo in modo che non sia esposto al sole pomeridiano. In inverno occorre evitare che il terriccio geli. 

CONCIMAZIONE

Somministrare concimi organici azotati in primavera e concimi ricchi di fosforo e potassio in autunno; se non si concima adeguatamente non si ottiene una buona fioritura. Diminuire la concimazione da prima della germogliazione fino a quando maturano i frutti.

MALATTIE

Il Diospyros è abbastanza resistente all’attacco dei parassiti anche se è importante trattare periodicamente con insetticidi; se la comparsa di cocciniglia è associata alla presenza delle formiche, queste regolano la loro proliferazione. Un eccesso di acqua a volte può provocare marciumi radicali la cui conseguenza è perdita di fiori e frutti giovani. fino a quando le vegetazioni non raggiungono i 15‐20 cm: il giusto procedimento è di fermare in quel momento le nuove vegetazioni con il filo (avvolgere con il filo ferma la crescita dei rami, se questi vengono curvati verso il basso); su torsioni e piegature più impegnative è opportuno l’utilizzo della rafia.

VARIETA' DI KAKI

DIOSPYROS LOTUS

Il termine Diospiro deriva dal greco 'dios' = divino e 'pyros' = grano, frumento e per estensione 'frutto' cioè 'frutto divino' in riferimento alle proprietà organolettiche dei frutti eduli. La pianta originaria dell'Asia, è stata introdotta in Europa nel 1596; già alla fine del 18° secolo era regolarmente coltivata nel sud dell'Europa. Essendo più resistente al freddo del D. kaki viene impiegato come porta‐innesto; è una pianta frugale, slanciata, raggiunge i 15‐18 metri a maturità: nel nostro clima si sviluppa bene, anche in terreni calcarei e asciutti (in collina può essere un’ottima ed originale scelta, una possibile alternativa di colore).
La specie è conosciuta sotto diverse denominazioni, tra le quali "legno di Sant'Andrea" e "legno santo" perché una leggenda sosteneva che Sant'Andrea fosse stato crocifisso su quest'albero. Ha foglie caduche, semplici a lamina ovoidale lanceolata, margine intero. La specie è pianta a fiori unisessuali e, raramente, anche poligami: per questo la pianta si può presentare con soli fiori a funzione femminile o con soli altri a funzione maschile; può anche avere solo fiori ermafroditi o addirittura riunire con combinazioni diverse le varie caratteristiche.
I frutti, dunque, possono derivare da fecondazione o dal principio di partenocarpia: nel primo caso hanno una polpa più dolce e più soda e un colore bruno. In alcune varietà i frutti, se partenocarpici, sono (usando una classificazione utilizzata dai giapponesi per contrapporli a quelli dolci) astringenti. Per la coltivazione bonsai vengono utilizzati Cachi selvatici, assai diffusi nei boschi dell'Italia settentrionale e centrale, che producono frutti astringenti, ma staccati dal ramo.
Assai semplice da preparare e da seguire nel processo di crescita e formazione, questo alberello è consigliabile ai principianti e offre immediate soddisfazioni anche ai bonsaisti meno pazienti.
Fruttifica infatti entro un anno o due dall'inserimento nell'apposito contenitore e quindi acquista immediatamente un aspetto gradevole, anche se, naturalmente, solo le cure e le modifiche che verranno apportate nel corso di anni, sapranno conferirgli il carattere di un artistico ed armonioso bonsai.

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DIOSPYROS KAKI

È stato sviluppato dalla specie selvatica D. roburghii. Spesso è innestato su portainnesti del più resistente e tollerante D. lotus.
L'albero può raggiungere altezze fino a 12‐18 m (40‐60 ft); le foglie sono alterne . La specie è generalmente monoica con fiori maschili e femminili presenti su piante separate . I fiori maschili, che sono generalmente in gruppi di 3, hanno 16‐24 stami, mentre i fiori femminili solitari hanno 8 pseudostami (stami sterili, assenti le antere e polline).

CURIOSITÀ Nel 1983, il presidente Ronald Reagan ha avuto in dono da Hassan II, re del Marocco, un bonsai di Diospyros kaki proveniente dalla sua personale collezione. Il bonsai è stato collocato nel National Bonsai and Penjin Museum.

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Coltivazione da seme

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Questo metodo richiede molta pazienza e meticolosità, ma permette di ottenere alberi particolarmente apprezzati.

Una cosa da chiarire è che non esistono sementi speciali tratte da alberi nani adatti alla formazione di bonsai, ma praticamente tutti i bonsai possono essere ottenuti per seme.

Si possono utilizzare semi prelevati da altri bonsai, acquistati, o raccolti in autunno direttamente dagli alberi. Questi semi messi a dimora daranno in un periodo che va cinque a sette anni, degli alberelli che potranno iniziare ad essere educati a bonsai. Questo tipo di coltivazione dà il piacere di godere fin dall'inizio dello sviluppo di piccoli alberi con caratteristiche proprie differenti dalla pianta madre.

Alcune sementi possono essere seminate appena dopo la raccolta poiché sono in grado di germinare subito. Altre devono essere conservate in ambienti freschi prima di essere seminate. Certi semi possono germinare già in autunno, ma per conservare la capacità germinativa devono essere interrati per qualche giorno in sabbia umida. Altre sementi presentano un periodo di quiescenza, in tal caso si stratifica (disposizione in strati di sabbia umida) in un ambiente freddo ma protetto dal gelo. Dei semi appartenenti a questa categoria fanno parte quelli dell'acero montano, dell'acero giapponese, del cotoneaster, del carpino, del biancospino, del ginepro ecc. Prima della semina è opportuno reidratare i semi in acqua per due o tre giorni, in modo che il tegumento possa ammorbidirsi favorendo così la germinazione.

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Seme di Pino nero

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Si consiglia anche di effettuare un trattamento ai semi con un fungicida, per proteggerli da muffe del colletto. vi sono due momenti favorevoli alla semina, primavera e fine dell'estate-inizio autunno. Non si seminano mai assieme specie diverse, poichè le condizioni di luce, umidità e temperature richieste sono generalmente diverse.

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Si fa un "solco" nel substrato profondo circa 1 cm.

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Si ricopre con uno strato di sabbia di fiume molto fine

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Si posizionano le piantine

Per seminare è opportuno procurarsi degli appositi contenitori, chiamati semenzai, con il fondo forato. Si riempiono solo per tre quarti della loro altezza, senza pressare in modo che l'aria e l'acqua possano circolare. Si collocano i semi ben spaziati, ricoprendoli con altro terriccio, premendo leggermente. Successivamente i semi andranno bagnati a pioggia con un vaporizzatore e posti all'ombra, protetti possibilmente da un vetro o plastica trasparenti. Alla comparsa dei primi germogli, spostare leggermente il vetro per favorire la circolazione dell'aria. La protezione andrà poi tolta alla comparsa delle prime foglie.

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Si posizionano le piantine

TRAPIANTO DEL SEMENZALE

In primavera al momento dell'estrazione del semenzale, quando il fusticino si è irrobustito, noterete che ha sviluppato lunghe radici, potate le radici allungate per favorire un maggior numero di radici sottili alla base dello stelo. Trapiantate ciascuna pianticella (semenzale) in un vasetto da coltura, che gradatamente sarà esposto al sole. In questo contenitore utilizzerete un substrato con forte drenaggio, e allargherete a raggiera le radici per favorire un sistema radicale radiale. Durante questo periodo andrà spesso controllato il terreno per evitare l'insorgere di marciumi, possibili soprattutto in condizioni di caldo umido e presenza di piante troppo ravvicinate. per precauzione distribuire settimanalmente del fungicida con l'acqua di irrigazione.

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Piantina pronta per essere collocata in un contenitore singolarmente

CRESCITA

Dopo il primo anno la piantina dovrà crescere per numerosi anni senza restrizioni, in modo che il tronco possa ispessirsi assieme all'apparato radicale. Nella piantina di quattro anni il tronco apparirà ancora sottile ma gli intervalli internodali saranno molto ravvicinati. A questo punto per irrobustire il tronco si procederà al trapianto, in piena terra oppure in vaso di dimensioni generose.
Trascorsi altri anni, e con opportuni programmi di concimazione e potatura, la pianta avrà sviluppato la ramificazione richiesta e un tronco robusto. I ricacci verticali verranno accorciati ogni primavera per infittire la chioma.


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Bonsai di Ginepro

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La ragazza dei sette veli

La storia inizia in una fredda domenica mattina di Febbraio dell’anno scorso in quel di Prato nella nostra sede durante un Laboratorio della Bonsai Creativo School.

Fra le mani l’informe cespuglio di ginepro alla ricerca della forma nascosta. Quello che fin dall’inizio ha attirato l’occhio su questa pianta è stato il movimento del tronco, la presenza di uno shari naturale alla base che enfatizza la radice che esce
dal terreno e non meno importante il tipo di vegetazione che assomiglia in maniera incredibile a quella dell’itoigawa. La provenienza invece è italiana e si tratta di piante coltivate in piena terra per poi essere messe in vaso.

PRIMA OPERAZIONE : PULIZIA DELLA VEGETAZIONE

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Forbici alla mano, si iniziano ad eliminare i rami che sicuramente non potremo utilizzare successivamente, eliminiamo anche molta vegetazione alle ascelle dei rami, quella più debole o addirittura secca. 
Si passa alla corteccia eliminando le scaglie più grosse con un piccolo coltello facendole saltare per poi spazzolare l’intero tronco con spazzole d’ottone e plastica.
Oltre a rendere la corteccia di un bel colore marrone/rossiccio questa operazione aiuta ad individuare meglio la posizione e l’andamento dei fasci linfatici.
Piano piano la forma del tronco e dei rami principali diventano più leggibili permettendo una analisi della pianta più dettagliata.
La base presenta due curve molto pronunciata, una radice ormai secca esposta fuori dal terreno che ha provocato lo shari naturale visibile nella foto.
Salendo verso l’apice, dopo le prime due curve, troviamo un tratto diritto e cilindrico che interrompe il movimento della pianta ed al quale, in qualche modo, dovremo ovviare. 
La vegetazione è abbondante e permette molte possibilità nel progettare il futuro bonsai.
Dopo aver girato e rigirato la pianta più volte, inclinata in tutte le angolazioni la decisione è presa:

“Dovrà sembrare una ragazza che fa la danza del ventre, con sette veli che svolazzano nell’aria”.

Sotto la guida del nostro Maestro il progetto prende corpo: il ginepro ha una sua natura prettamente femminile che ricorda i movimenti sinuosi di una danzatrice del ventre, i futuri palchi dovranno “vestire” il tronco del ginepro, ma allo stesso tempo lasciar intravedere le curve ed i punti più interessanti dando, nell’insieme, una sensazione di leggerezza e la percezione del vento che passa attraverso e muove la vegetazione dei palchi. Il progetto è nato e addirittura autografato dal mitico Francesco Santini.

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Si eliminano ancora dei rami, si disegnano gli shari e si abbozzano i futuri jin con l'obiettivo di creare due vene ben distinte, ben gonfie e separate che salgono lungo il tronco, mantenendo così la sensazione di flessuosità del tronco, ma allo stesso tempo di vigoria e salute della pianta.
Per eseguire questa operazione sono stati utilizzati dei coltelli affilati, per incidere la legna viva senza effettuare lacerazioni e garantire una migliore cicatrizzazione, e sgorbie per ripulire la parte di legno secco scoperta.
Dopo la lavorazione degli shari è stata la volta del filo. I rami più grossi sono stati prima protetti con del nastro di gomma ricavato da camere d’aria per bicicletta, dopodiché è stata filata tutta la ramificazione fino ai rami più sottili.

Il tempo scorre, gli ultimi centimetri di filo arrivano a lambire i ciuffi verdi della vegetazione e finalmente si passa alla modellatura.
Seguendo il progetto iniziale siamo andati a riposizionare la ramificazione, aprendola a ventaglio, cercando di ricreare la struttura dei palchi che ci avrebbe consentito una più agevole impostazione dell'intera pianta.

Muovendo gli interi palchi ed accorciando la vegetazione, sostituendo gli apici dei singoli rami, abbiamo ricreato la struttura della pianta. Ad uno ad uno i “veli” vengono spiegati e posizionati in modo che la brezza possa passare fra un velo e l’altro muovendoli come leggere onde del mare. Come ultima operazione sono stati eliminati alcuni rami in eccesso.

AGOSTO

Sono passati sei mesi dalla prima impostazione di questo ginepro e devo dire che si è comportato veramente bene crescendo rigoglioso moltiplicando la vegetazione mantenendo la sua conformazione a squame, segnale inequivocabile che ha superato lo stress delle precedenti lavorazioni in modo positivo.
Per tutto questo periodo la pianta è stata in posizione soleggiata, senza alcuna somministrazione di concime, ma solo acidi umici e tanta acqua.
La decisione di eseguire una seconda impostazione della Ragazza dai Sette Veli nel mese di agosto è stata dettata dalla volontà e dalla necessità di eseguire il rinvaso della pianta nella prossima stagione – marzo/aprile – per cui è stato deciso di anticipare la questa seconda impostazione per dare il tempo alla pianta di superare lo stress e recuperare energie prima di sottoporla al rinvaso.
Dopotutto in questa fase non andremo a eseguire pieghe drastiche od altre lavorazioni particolarmente invadenti sul ginepro, ma ci limiteremo ad eliminare il filo vecchio che ha iniziato ad incidere i rami per sostituirlo con quello nuovo e riposizionare la ramificazione.
Prima di questa operazione, naturalmente, ho eseguito una nuova pulizia della vegetazione, in particolare accorciando e sostituendo gli apici per permettere l’infoltimento della vegetazione. 
Dopo due settimane di riposo in una posizione ombreggiata ma luminosa, la nostra Ragazza è stata rimessa nella sua posizione soleggiata e coccolata con acidi umici, nebulizzazione della chioma e tanta acqua.
A tutti noi volevo solo dire un'ultima cosa: a volte non servono piante "stratosferiche" e varietà "griffate" per passare una giornata gradevole, imparare tante cose e godersi una "creatura" che tutti giorni potrà allietare i nostri sensi. 

Questo, in particolare, per chi come noi ha appena iniziato e molte volte si trova in imbarazzo davanti a certe essenze che hanno prezzi proibitivi e per la paura di sbagliare ci blocca le mani e soprattutto il cervello.

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La Ragazza dei Sette Veli è stata acquistata in un vivaio locale ed è costata poco più di una pizza ed una birra.
Con questo non voglio fare del moralismo, ma credo che a volte sia utile stare con i piedi per terra.
Sicuramente non la vedrete mai ad una mostra UBI, ma io spero di continuarla a godermela ancora per tanti anni...

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Bonsai di Ficus

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Si prestano a diventare bonsai sia i Ficus "orientali" che quelli nostrani. Un'enorme numero di varietù di ficus sempreverdi provenienti da regioni a clima mite o tropicale consente la scelta del materiale che a "vista" convinca per le sue caratteristiche. 

Non è altrettanto sicuro farlo fidandosi semplicemente dei nomi che il commercio gli attribuisce, pochè spesso, oltre all'incertezza, c'è molta fantasia. Forma e dimensione iniziale delle foglie possono essere una buona guida, così come la sagoma del soggetto per le piante importate.

I bonsai di ficus tropicali sono infatti quasi tutti di origine "esotica" e per la maggior parte di qualità commerciale: merita considerarli spesso come semplici pre-bonsai e vedere quanto per la loro struttura si prestino ad essere trasformati in soggetti di pregio. Nel Ficus carica nostrano si cercano foglie profondamente lobate e che possano diruure di molto la loro dimensione: il fico selvatico o caprifico è il più consigliabile; altrimenti varietà a frutto piccolo per salvare al meglio le proporzioni. Si può dire che tutti gli appartenenti al genere Ficus consentono di fare radicare facilmente delle talee, come farne margotta. E' possibile perciò conservare le caratteristiche gradevoli di un certo soggetto partendo da un suo semplice rametto.

SPECIE E VARIETÀ SPERIMENTATE : LORO CARATTERISTICHE

Molte varietà di Ficus presentano delle lenticelle sulla corteccia, perlopiù dei rami giovani fino a due-tre anni, altri le conservano anche sulla struttura più vecchia. Tali formazioni sono normali e non vanno confuse con parassiti, anche se certe cocciniglie le possono simulare. Con un'attenta osservazione se ne può però distinguere la differenza: va tenuto presente che le foglie sono sempre prive di queste lenticelle, perciò la scoperta di piccoli scudetti (spesso quasi trasparenti) sulla loro superficie (sia superiore che inferiore) deve mettere in allarme.
Una varietà piacevole per le piccole foglie e la denistà della sua vegetazione è il Ficus repens, che resiste bene anche a temperature di qualche grado sotto lo zero e quindi n molte regioni può passare l'inverno all'aperto.
E' facile da reperire nei vivai e ricaccia dal tronco con facilità. Si legge che i ficus tropicali devono essere tenuti a temperature superiori a 15°. Occorre chiarire che si tratta di un limite legato alla loro attività metabolica e fotosintetica. In realtà nelle ore di luce le condizioni ottimali sono tra i 20 e 22 gradi, ma durante la notte queste piante possono scendere benissimo a temperature appena superiori allo zero. I soggetti tenuti in casa d'inverno si avvantaggiano addirittura di un certo raffrescamento, poichè si evita loro di consumare con la respirazione gli scarsi zuccheri prodotti nelle poche ore di luce disponibili nelle giornate invernali delle nostre latitudini.

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AFicus microcarpa - Collezione Wang, Chin-Wen

Poichè è scomodo spostarli mattina e sera, l'alternativa è di aumentare le ore di luce (fino a 12-14) con l'uso di lampade adatte e temporizzate, in alternativa è conveniente spruzzare la loro chioma quando scende il buio con acqua piovana (raccolta allo scopo) o acqua distillata o da osmosi inversa. L'evaporazione di quest'acqua abbassa per qualche ora la temperatura delle piante ed "accorcia" loro la notte.

QUALCUNO E' COMMESTIBILE
I falsi fiori/frutti (siconi) si formano da gemme miste, e in molte specie sono più facili da ottenere su talee magari insignificanti e appena radicate piuttosto che da annosi soggetti! L'aspetto dei fichi nostrani è noto;nelle varietà esotiche usate comunemente per bonsai raggiungono perlopiù il diametro di un solo centimetro, la buccia è levigata ed inizialmente coperta di lenticelle. In questi Ficus sempreverdi i frutti spesso compaiono all'ascella delle foglie o direttamente sul tronco. Prima verdastri, maturando diventano poi rossi o viola o gialli a seconda della specie. Sui Ficus diversifolia o deltoidea i frutti (giallo-arancio) compaiono assai facilmente e aggiungono un notevole valore decorativo. E' caratterstico dei ficus la produzione di un lattice biancastro che geme dalle ferite o dai tagli delle cimature. Particolarmente abbondante nei momenti di intenso sviluppo può essere irritante per gli occhi e la pelle. Da notare che quello del fico nostrano, fortemente ossidante, è assai utile, se applicato fresco e subito, per lenire il dolore e le conseguenze delle punture di vespe e altri insetti.

STILI PIU' ADATTI E PERCHE'
La forma del bonsai di Ficus può rappresentare bene l'aspetto degli alberi spontanei: maestosa e imponente nei sempreverde tropicali e più casuale, fino ad essere prostrata o cascante quella del fico nostrano, che si presta assai bene anche a farne delle graziose miniature alte pochi centimetri.

TRAPIANTO, RACCOLTA E SUBSTRATI
La diffusione spontanea avviene soprattutto ad opera di animali ed uccelli che, cibandosi dei frutti, aggrediscono con i loro succhi gastrici il tegumento dei piccolissimi semi e ne consentono la germinazione, trasportandoli poi con le deiezioni nei posti più impensati. Il terriccio ideale per la coltivazione dei fichi comuni, peraltro tolleranti, è di tipo calcareo, mentre i ficus di origine tropicale prosperano ugualmente in terreni neutri o leggermente acidi.

RISPETTARE MODI E TEMPI
Ovviamente solo il Ficus carica è reperibile in natura nelle nostre zone, e raccoglierne qualche esemplare interessante. Data però la sua capacità di resistere in situazioni siccitose, spesso poche radici "importanti" scendono profonde nel terreno per garantire l'approvvigionamento dell'acqua mentre una quantità di radichette fibrose può ritrovarsi in superficie solo se delle condizioni di regolare umidità ne consentono la sopravvivenza. L'acquisto di piante coltivate in contenitore fa superare tali difficoltà ed il trapianto di tali soggetti da vivaio si presenta senza problemi. Trapianti e rinvasi si effettuano durante la dormienza. Lo spostamento dei soggetti tropicali sempreverdi va eseguito durante la loro fase di riposo vegetativo, rivelata dal fatto che i germogli cessano l'allungamento e la loro estremità ha assunto il colore verde del resto del fogliame maturo. Tale stadio coincide con l'inizio di una fase di vivace sviluppo radicale, che faciliterà l'attecchimento nel nuovo substrato.

POTATURA DI FORMAZIONE
Come tutte le piante che devono reggere il peso dei frutti, il nostro fico ha un modo di cacciare che gli dà una struttura rada e robusta. Tale caratteristica impone spesso di ricostruire la ramificazione del futuro bonsai partendo dal piede o da appena un abbozzo di struttura. Per fortuna questa essenza risponde in modo generoso e rapido alle potature eseguite in fase di riposo, e con qualche attenzione, per esempio lasciare rami della stessa età, è possibile in breve tempo avere numerosi germogli a disposizione per creare il disegno della struttura più adatta.

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AFicus microcarpa - Collezione Hsien, Shun-Chin

APPLICAZIONE DEL FILO
I Ficus tropicali sopportano l'applicazione del filo meglio del fico nostrano, i cui rami hanno una corteccia sottile e delicata, che viene facilmente segnata dal filo. I rami giovani poi restano di consistenza erbacea per lungo tempo, e conviene proteggere il filo con carta crespata, applicandolo non troppo aderente ai rami.
Il ramo filato va sorvegliato di sovente durante le fasi di sviluppo per evitare brutte sorprese. I soggetti d'importazione molto spesso hanno rami profondamente segnati, questo ne farà privilegiare l'eliminazione in fase di restyling. Per ridurre questo fastidioso inestetismo, nel caso non sappiate come farlo, si potrà tentare di eseguire una piccola incisione trasversale lungo i segni, in modo che con il tempo le callosità sviluppate attenuino l'inestetismo.

CIMATURA E POTATURA IN FASE VEGETATIVA
Cimare i getti ancora erbacei di un semplice rametto provoca una risposta poco significativa per quanto concerne l'infittimento, con conseguente riduzione della dimensione delle foglie. Al contrario l'accorciamento di rami lignificati suscita la comparsa di getti più numerosi all'indietro, aumenta la densità della ramificazione e perciò contribuisce a ridurre la superficie di ciascuna foglia. Il fico nostrano è molto suscettibile alle cimature eseguite solo su una parte della pianta, specie se i rami accorciati sono in minoranza rispetto a quelli lasciati intatti. Sente molto il differente grado di evoluzione delle gemme lasciate all'estremità del ramo, per cui rinuncia facilmente a far sbocciare quelle gemme che, essendo meno pronte tardano ad aprirsi, qualora se ne siano già aperte alcune qua e là sul soggetto.
La strategia da seguire nei casi in cui si debbano lasciare alcuni rami più lunghi ed altri più corti è di interrompere lo sviluppo dei pochi getti più precoci cimandoli subito dopo la loro prima foglia. Questo arresto darà tempo alle gemme degli altri rami di aprirsi dopo qualche giorno. Si possono ripetere questi interventi di controllo sullo sviluppo della vegetazione finchè non se ne sia armonizzata la crescita su tutti i rami. Al contrario delle piante spoglianti, sulle quali la dimensione delle foglie e la distanza tra i nodi aumenta solo per un certo tempo (10-15 gg.), nei sempreverdi la nuova vegetazione tarda a maturare, resta erbacea più a lungo e contnua a crescere anche per 20-45 giorni. L'abbondanza d'acqua determina in buona parte questo incremento. Ecco quindi che nei soggetti maturi, oltre a fornire molta luce, è necessario controllare le annaffiature per tutto il tempo dello sviluppo dei germogli. In condizioni di elevata umidità relativa dell'aria, tipiche della zona tropico-equatoriale, i rami più vicini al suolo possono generare delle radici aeree che scendono verticali e penetrano nel terreno formando un colonnato talora intricato. Essendo in natura una caratteristica degli esemplari più annosi, un'analoga struttura nei bonsai più consistenti fornisce loro un notevole pregio.
Per tentare di ottenere un simile risultato occorre creare attorno al bonsai le adatte circostanze, chiuderlo cioè in una microserra trasparente che possa conservare un livello di umidità e temperatura tali da favorire la formazione di queste radici accessorie. Un metodo alternativo consiste nell'avvolgere il tronco con uno strato spesso una decina di centimetri di sfagno tenuto costantemente umido , che arrivi a toccare i rami più bassi. Occorrono un paio di mesi per vedere se l'operazione ha avuto sucesso. Dirigere subito i rami verso il basso e poi farne risalire l'estremità contribuisce efficacemente. Qualora le radici siano abbozzate si può infilarle ognuna in una cannuccia lunga quanto l'intervallo tra il ramo e il terreno, in modo da guidarle nella direzione desiderata. Questa operazione aiuterà anche a conservare attorno alla radice la necessaria umidità. La cannuccia verrà poi eliminata tagliandola per il lungo.

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AFicus microcarpa - Collezione Li,Chi-Fu

FERTILIZZAZIONE ED ALTRI TRATTAMENTI
Troppa erba o muschio rendono acido il terriccio, e di il fico nostrano non ne è felice e difficilmente fruttifica. Anche la fertilizzazione con nitrati di potassio acidifica il substrato, meglio usare sali di calcio o di ammonio. In alternativa usare concimi organici che, ricchi di fosforo, possono anche essere più efficienti per la comparsa di fiori/frutti. Il ritmo delle innaffiature deve essere tale che il terriccio non resti mai troppo umido, solo così le foglie e gli internodi si ridurranno.
Tutti i Ficus d'altronde sopportano meglio periodi asciutti relativamente lunghi, piuttosto che una persistente umidità.

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