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L'ikebana è forse l'arte più mutevole di quelle giapponesi soprattutto a partire da scuole come l'Ohara che ha inventato il moribana (quindi una composizione in lunghezza e non la tradizionale in altezza), ma soprattutto la Sogetsu che ne fa una vera e propria scultura e introduce il concetto di “stile libero”.

In questi ultimi anni nel campo dell'ikebana si sono viste le più disparate sperimentazioni anche complice un interesse dei giapponesi verso il flower arrangement occidentale. La domanda è in che cosa si stia evolvendo l'ikebana? Se scuole come l'Ikenobo, o come l'Ohara, son rimaste nel solco delle loro tradizioni, la Sogetsu ha sperimentato ogni possibile percorso staccandosi dalle precedenti che hanno iniziato ad introdurre lo stile libero anche se non vi è un percorso di studio come nella Sogetsu per realizzarlo.

L'ikebana in questi anni è divenuto un ibrido diviso tra classicità e modernità. Ad ikebana astratti, dove nemmeno c'è il materiale vegetale, si contrappongono o ikebana classici o composizioni floreali in cui si ravvisano a difficoltà i principi base di quest'arte.
Se l'ikebana deve essere asimmetrico (per dare un'idea di vivo, di qualcosa in divenire), equlibrato (asimmetrico non vuol dire che ci debba essere una sproporzione tra gli elementi) ed armonico (quindi non qualcosa che ci colpisca violentamente da un punto di vista visivo) dobbiamo ricordarcene quando ne ideiamo o realizziamo uno.
Il materiale vegetale (o non) non deve dare l'idea di essere qualcosa che è stato piantato a martellate nel vaso per farlo stare come vogliamo noi, deve sembrare dotato di leggerezza, di miracoloso equilibrio degli elementi, deve sembrare naturale come se stessimo guardando un elemento di un bosco, di un giardino. Viceversa se l'ikebana che abbiamo insieme vede gli elementi pigiati uno contro l'altro, masse di fiori e rami pesanti da un punto di vista visivo vorrà dire che avremo sbagliato il nostro lavoro.

Purtroppo spesso oggigiorno si vedono (soprattutto sui social network) ammassi di fiori messi a casaccio tra di loro con il solo fine di stupire di fare “la cosa strana” perdendo il senso del percorso della via dei fiori. E' anche vero che spesso su internet vediamo “ikebana” di persone che non hanno mai preso una lezione (c'è chi ha scritto anche libri sull'argomento senza aver mai fatto un corso) e pubblicano cose abbastanza assurde.
La Sogetsu quando introdusse il tema dell'elemento non convenzionale in ikebana (carta, ferro, legno, plastica, quello che la fantasia ci suggerisce) avrebbe finito per creare un fraintendimento di intenti.

Per la Sogetsu se nell'ikebana introduciamo un materiale che non sia vegetale (e con questo termine son compresi i materiali secchi, sbiancati o colorati) dobbiamo farlo in maniera tale che sembri normale la sua presenza, che non sia un corpo estraneo ad esso.
L'esempio più classico sono (per Natale gli ikebanisti si sbizzarriscono in maniera inconsulta a volte) le palline dell'albero di Natale. Ho ancora in mente una composizione di Fukushima Koka sensei (pubblicata nella rivista della Sogetsu) dove all'abete giapponese, alla cicuta giapponese, all'asparago colorato e ai lilium Casablanca sono appese cinque piccole palline blu.... che si notano dopo un po' perché ad una prima occhiata passano inosservate, ad un seconda paiono frutti e solo ad attenta osservazione ci accorgiamo che in realtà sono le palline dell'albero.
IMG 4918Spesso, soprattutto nelle scuole dove non c'è un percorso preciso sullo stile libero, vediamo nell'ikebana angioletti, farfalle, cuoricini o altre amenità tranquillamente appese ai rami.
La prima cosa che il nostro occhio percepirà sarà questo “corpo estraneo” portando subito a non avere un ikebana dove ogni elemento ha lo stesso equilibrio dell'altro.
Se la Sogetsu ha sempre ricercato una certa spettacolarità (basti pensare alle grandi installazioni usate anche come scenografie teatrali con tanto di musica e giochi luci) è anche vero che non dovremmo mai scordarci i principi che abbiamo appreso e ricercare sempre un equilibrio finale.
Se dinnanzi ad un ikebana non proveremo serenità, il lavoro dell'artista è sbagliato. Non stiamo facendo design, né flower arrangement per cui dovremmo sempre tenerci dentro i confini dell'arte che abbiamo o stiamo apprendendo.
Quindi dopo anni di sperimentazioni, di ikebana senza materiali vegetali, di ikebana avvolti da fiamme (giuro!) stiamo tornando indietro verso lavori meno estremi.
La Natura torna ad essere la protagonista affiancandosi alla sperimentazione, ma rimanendo tuttavia il centro focale della composizione.
Si cerca meno l'effetto, di stupire a tutti i costi, di utilizzare materiali particolari per fare la cosa “strana” senza per questo ritornare a stili canonici e storici.
C'è da dire che ormai il mondo dell'ikebana è scisso in due. Da una parte buona parte dei giapponesi che proseguono nelle loro sperimentazioni affascinati dal flower arrangement occidentale e dall'altra proprio gli occidentali che ricercano nell'ikebana quella naturalezza, linearità e il contatto con una Natura che per secoli abbiamo allontanato e distrutto.

Soprattutto il Centro Europa sta portando avanti in maniera spettacolare l'equilibrio tra innovazione e tradizione con punte di diamante (per quanto concerne la Sogetsu) in Belgio e in Olanda.
Stiamo assistendo ad una seconda evoluzione di quest'arte particolare.
Se nel 1912 Unshin Ohara fondando l'omonima scuola dopo aver inventato qualche anno prima una composizione che lascia la tradizione verticale (parliamo di quasi 5 secoli di storia con l'Ikenobo), Sofu Teshigahara quindici anni dopo toglierà l'ikebana dal tokonoma e la renderà una composizione da essser vista non più solo frontalmente.
Passate le sperimentazioni artistiche degli anni '60, '70 e '80 ora assistiamo ad una fase di transizione dove tradizione ed innovazione non si guardano più come acerrime nemiche.
Probabilmente l'ikebana sta per subire un'ulteriore evoluzione verso un qualcosa di diverso che, vedendo le grandi installazioni delle scuole, può ricollegarsi ai primordiali ikebana che potevano essere anche di due metri per quattro.
E il cerchio potrebbe chiudersi.

Tutte le fotografie sono di Luca Ramacciotti, ad eccezione della sottostante © Giuseppe Cesareo

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