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Questa settimana ci occupiamo di un lavoro che per vari motivi è diventato un’arte da conservare e tramandare per rappresentare la cultura giapponese nella sua essenza. Questa settimana parliamo di pesca, ma non di pesca tradizionale, ossia, fatta con lenze, ami oppure reti, parliamo di pesca con l’utilizzo di uccelli, per la precisione con dei cormorani.


Questa settimana parliamo di goryō ukai… la pesca con il cormorano. Il goryō ukai, o pesca con il cormorano, è uno dei più antichi passatempi imperiali e pertanto si tratta di un’attività promossa e tutelata ancor oggi dalla famiglia imperiale. Oggi come un tempo l’ukai si pratica otto volte nel corso dell’anno, da metà maggio a metà ottobre, lungo il corso del fiume Nagara, in quella prefettura di Gifu di cui è ormai una delle maggiori fonti di richiamo turistico.

pesca cormorano ukai 2

Anticamente l’ukai veniva praticato lungo vari fiumi del Giappone per fornire pesce alla casata imperiale, nel corso dei secoli questa attività venne a decadere e deve la sua sopravvivenza alla protezione dei vari daimyō all’interno dei loro territori e, soprattutto, a quella del clan guerriero dei Tokugawa Owari, signori feudali di Gifu. Con la restaurazione Meiji e il ritorno del potere nella mani della casata imperiale, questa continuò a promuovere l’antica tradizione della pesca con il cormorano, una pesca notturna, compiuta alla luce delle torce da poche barche che  utilizzano ciascuna una decina di cormorani trattenuti da corde in corteccia di cipresso da parte degli ujô, pescatori specializzati. A questi uccelli, appositamente addestrati, vengono fatti pescare i gustosi ayu, piccoli pesci d’acqua dolce dell’ordine dei salmonidi, molto apprezzati dai giapponesi e considerati di buon augurio. Gli ayu, che non mangiano che le alghe del fiume, non hanno affatto odore, per cui vengono chiamati kôgyo, “pesci profumati”. Sono anche molto sensibili alla luce e ai rumori. Gli ujô salgono su apposite barche, e da lí spingono i cormorani a catturare I pesci, che scappano dai fuochi accesi sulle barche, e dai rumori provocati dalla percussione dello scafo.
La superficie dell’acqua, traboccante di tranquillo silenzio e nera come lacca, riflette appena la luce dei falò; i cormorani, guidati dagli abili movimenti della mano dei pescatori, e dai loro richiami, danzando catturano un pesce dopo l’altro. Nell’ideogramma della parola ayu, sono combinati i caratteri della parola pesce e della parola divinazione. Si tramanda una leggenda che parla dell’ayu e dell’imperatrice Jingû, che avrebbe guidato l’unificazione del paese nel quarto secolo dopo Cristo: prima di affrontare una battaglia, l’imperatrice avrebbe tirato un filo del proprio abito, ne avrebbe fatto una lenza per la pesca pregando gli dei di farle pescare un pesce, se doveva aspettarsi di vincere, e avrebbe pescato un ayu.

La pesca mantiene ancor oggi tutti i caratteri del rito, e i copricapi utilizzati tuttora dai pescatori richiamano gli alti eboshi indossati dai cortigiani nel dipinto di Yukihide, simbolo indiscusso del privilegio di servire la casa imperiale. La pesca con i cormorani del fiume Nagara è un’arte trasmessa secondo un rigido sistema, detto isshi sôden, per cui i segreti e le tecniche vengono insegnati a uno solo dei propri figli, i pescatori hanno la qualifica di funzionari statali dell’Agenzia della casa imperiale e il loro compito è di tramandare quest’antica tradizione.

 

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