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Questa settimana ci occupiamo della cura del nostro spirito, lo facciamo osservando i riti ed i precetti di un’antica disciplina volta alla trasformazione da semplice essere umano a divinità. Il percorso ascetico risulta difficile e faticoso, ma se considerate che alla fine del percorso ci aspettano poteri spirituali, ne vale sicuramente la pena. Questa settimana parliamo di una via lunga e tortuosa,  parliamo di Shugendō.

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Lo Shugendō è una pratica ascetica che affonda le proprie radici nella più antica spiritualità giapponese e unisce principi autoctoni sciamanici e Shintō a elementi taoisti e tantrici propri delle sette Shingon e Tendai del buddhismo esoterico.

Lo Shugendō (“la via della pratica finalizzata al raggiungimento di poteri spirituali”, da shu – pratica ascetica, gen – poteri spirituali, dō – via, metodo) non ha un vero e proprio fondatore, anche se tradizionalmente la sua origine viene attribuita alla figura leggendaria di En no Gyōja, mistico vissuto nel VII secolo. In principio la dottrina veniva trasmessa per via orale e si privilegiava l’insegnamento del sanmitsu (Tre Misteri), vale a dire l’armonia di mantra (parola), mudra (azione) e mandala (pensiero); solo in epoca più tarda vennero redatti dei testi, ma non si trattava che di scarne descrizioni di vestiari e di alcuni rituali. Gli asceti che praticavano lo Shugendō erano conosciuti come yamabushi (“coloro che giaciono nella montagna”), o shugenja (“coloro che praticano lo Shugendō”). Come gli hijiri (antichi eremiti) del Giappone pre-buddhista, essi vivevano tra le montagne, in solitudine o riuniti in gruppi, seguendo un percorso di ascesi mediante il quale ottenevano poteri soprannaturali.

Nella visione cosmologica giapponese, il mondo spirituale della montagna, da sempre contrapposto al mondo ordinato e familiare del villaggio, è costituito da un vasto pantheon di kami, buddha, spiriti tutelari e altri esseri divini che controllano e interferiscono con la vita quotidiana degli uomini. Al vertice del mondo divino è posto Fudō Myōō (Acala in sanscrito), il dio del fuoco e protettore di Dainichi Nyorai (incarnazione della suprema conoscenza, corrispondente giapponese del Buddha Cosmico Vairocana). Secondo lo Shugendō gli esseri divini, gli uomini, i demoni e gli altri spiriti sono in stretta relazione tra loro e con tutto ciò che si trova nell’universo. Essendo l’essere umano parte dell’universo stesso e possedendone la medesima natura, è possibile per lui divenire un essere divino a seguito di una dura e prolungata pratica ascetica che comporta un periodo di ritiro nella montagna (mineiri o nyūbu shugyō), al culmine del quale rinasce come Fudō Myōō. Tale rinascita presuppone una morte rituale, processo tipico delle iniziazioni sciamaniche.

Molti aspetti dello Shugendō rimangono ancora nell’ombra. Diversi riti sono andati perduti nel tempo, anche a causa dell’ostracismo esercitato dalle autorità politiche negli ultimi secoli, mentre altri rimangono strettamente riservati agli iniziati e inaccessibili alla gente comune. Ma nonostante tutto lo Shugendō è ancora vivo, forse proprio grazie ai legami con le dottrine tantriche del buddhismo esoterico, con i principi taoisti e i dogmi dello Shintō e dello sciamanesimo profondamente radicati nella mentalità del popolo giapponese, che ne fanno una tra le più decisive e influenti correnti religiose del Giappone.

 

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