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Questa settimana ci occupiamo di un’arte che affascina e rapisce noi occidentali che non sempre comprendono la sua essenza. Lo Shodō….. La via della scrittura. Norio Nagayama, nome d’arte: shimia 永山典男 駟宮 ,nasce nel 1956 a Ibaraki, Giappone. Nel 1980 si laurea all’università Daitobunka di Tokyo. 大東文化大学. Membro degli ispettori della Japan Educational Calligraphy Federation a Tokyo. 日本教 育書道連盟理事 Membro esaminatore della Nihon Kyoiku Shodo Renmei / Japan Educational Calligraphy Federation (J.E.C.F).

shodo bsm

Nel 2002 è stato insignito del titolo di “Maestro non più giudicabile.” Presidente della associazione Bokushin in Italia. 墨心会会長. Lo shodo è una disciplina attraverso la quale si coltiva se stessi. Esso crea una figura per mezzo della scrittura, e proprio attraverso l’astrattezza di questo mezzo permette di esprimere quasi inconsciamente il proprio pensiero, le proprie emozioni, il proprio spirito e, in definitiva, se stessi. Lo shodo è un’immagine di noi stessi. Dunque, per produrre un’opera di shodo bisogna coltivare se stessi. Lo shodo è utile per coltivare l’intuizione perfino del più piccolo movimento, per questo i grandi maestri di arti marziali praticavano costantemente lo shodo. (dal libro “Shodo” Lo stile libero di Norio Nagayama) L'uso del termine occidentale "calligrafia" (bella scrittura) non riesce ad esprimere correttamente il significato della pratica legata alla scrittura in Estremo Oriente. In Giappone per la medesima pratica viene invece usato il termine shodō che, tradotto, assume il significato di "via della scrittura":

 

sho - scrittura

- via, percorso

Il carattere viene usato in numerose occasioni per contraddistinguere la pratica di un'arte, che richiede un impegno costante e che in diversi modi può assumere le caratteristiche di un "percorso" che conduce, tramite un perfezionamento tecnico, a un affinamento interiore dell'individuo.

Dō è anche il carattere che indica il dao (tao), la via, cioè il processo di mutamento e di divenire di tutte le cose su cui si basa la filosofia taoista. Questo termine, in Giappone, venne applicato, soprattutto dal XIX secolo, a numerose arti tradizionali in conseguenza agli influssi che ebbe in particolare il buddhismo sulla loro pratica, intesa come "percorso”. La calligrafia è un’arte che implica un lungo apprendimento e una pratica costante. In Oriente è intimamente legata alla pittura, ne è anzi il fondamento. Un buon pittore è prima di tutto un buon calligrafo, dal momento che l’apprendimento delle due arti avviene parallelamente: entrambe infatti sono accomunate dai medesimi materiali e si eseguono con procedure analoghe. Come la pittura, l’arte dello Shodo richiede innanzitutto la padronanza del tratto, l’immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa al pennello e non tollera ritocchi o correzioni.

La via, o l'arte della scrittura, costituisce in ogni caso un insieme composto da:

- nozioni e conoscenze storiche, stilistiche, formali, ecc.

- un processo d'apprendimento e di applicazione di tecniche.

La pratica permette e favorisce:

- l'espressione degli stati d'animo, dei sentimenti,

- l'affinamento della sensibilità e il perfezionamento di sé,

- la collaborazione e l'instaurarsi di corrette relazioni sociali e di lavoro.

L'azione del pennello converte in segni i gesti del calligrafo. Questi segni possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma contengono sempre una forza che tradizionalmente viene definita qi/ki (traducibile approssimativamente in "energia vitale"). Questa forza circola nei singoli segni e nei rapporti che s'instaurano tra di loro. Scrivendo un carattere si fornisce la rappresentazione di un'idea, ma tracciandolo in calligrafia si tende a trasmettere soprattutto la relazione che s'instaura tra il qi/ki del calligrafo e la circolazione qi/ki del che il carattere possiede. Volendo esprimere in altri termini questo concetto si può dire che l'istantaneità della calligrafia permette di registrare un ritratto del "cuore" del calligrafo. Sulla carta viene tracciato un percorso che sgorga dalla sua interiorità; la composizione che ne risulta, basata su rapporti proporzionali, ritmi, equilibri, pieni e vuoti, ecc. equivale alla registrazione di un sismografo dell'animo umano.

Origini

Verso il 500 d.C. la cultura cinese penetra in Giappone, che ne adotta il sistema di scrittura, adattandolo, dopo un lungo periodo, alla propria lingua. I monaci che si recavano in Cina per il loro apprendistato trapiantarono nel paese anche l’arte della calligrafia. La scrittura cinese ha uno sviluppo verticale e procede dall’alto al basso e da destra a sinistra. Le sue origini risalgono al secondo millennio a.C. e sono incise su gusci di tartaruga e ossa oracolari. Seguì un’evoluzione che portò all’uso del pennello ed alla formazione del complesso dei caratteri Kanji che ancora oggi rimane in gran parte invariato.

I caratteri, secondo la loro origine, possono essere distinti in:

Pittogrammi:

traducono in segni le idee astratte e concetti;

Indicativi:

che indica il significato di carattere aggiungendo il tratto;

Ideogrammi:

caratteri formati da almeno due pittogrammi combinati per esprimere un concetto e utilizzati per parole nuove e idee astratte;

Fonogrammi:

caratteri formati da almeno due pittogrammi di cui uno ha la medesima pronuncia (suono) del concetto che si vuol rappresentare.

 

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