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Questa settimana ci occupiamo di un’arte marziale giapponese che affascina per la sua tecnica e la sua spiritualità. Si narra che per secoli i giapponesi si siano tramandati le regole del tiro con l’arco in battaglia come tecnica di combattimento, ma nel tardo 400 inizio del 500 un maestro concepisce questo piano: raccogliere tutto quello che loro avevano capito di questo gesto in un numero finito di regole. Rispetta quelle regole e diventerai un tiratore eccellente.

kyudo

Sforna la sua opera che comprende 120 regole su come tirare perfettamente con l’arco. Subito capì che poteva fare di meglio e si rimise al lavoro col figlio scrivendo un’altro testo in cui riuscì a sintetizzare, tutto quello che per secoli avevano compreso del tiro con l’arco in 60 regole. Guardò il suo lavoro e capì che mancava qualcosa ed alla fine aggiunse una piccola appendice, nella quale mise 12 poesie. Nel momento in cui terminò il lavoro fissando le 60 regole, in Giappone comparvero le armi da fuoco relegando gli arcieri ad ruolo passato ed inutile. Nonostante questo, per secoli hanno continuato a tramandarsi queste regole quasi segretamente. Da questo si capisce che l’importante non era ammazzare o colpire l’avversario, ma studiare ogni singolo dettaglio per fare un gesto bene e riuscire a tenere tutto insieme in un unico gesto in cui ci fosse armonia e tutto questo raccoglieva Forza e Bellezza.

La tecnica e il sapere di quest’arte, si sono sviluppate a partire dalle necessità del tiro in battaglia per i guerrieri appiedati (hosha-shajutsu), sono state tramandate immodificate fino ai nostri giorni da una catena ininterrotta di maestri.

Il kyudo è l’arte marziale giapponese che, attraverso l’apprendimento e il perfezionamento delle abilità tecniche e le sfide che le situazioni proprie del tiro con l’arco pongono all’animo umano, traccia una via verso la conoscenza dello spirito. Dopo alcuni movimenti preparatori molto precisi la freccia tocca lo zigomo (TSUMEAI) e si arriva a NOBIAI, gli ultimi secondi prima dello sgancio, in cui si concentra tutta l’essenza del tiro. Allo sgancio ( HANARE), la freccia scocca, inizialmente, per volontà dell’arciere grazie al lavoro armonico di mano destra e mano sinistra e ad una corretta tensione del corpo.

Dopo anni di allenamento assiduo l’arciere è in grado di sganciare con efficacia, naturalezza e colpisce il bersaglio (MATO). Ciò è possibile se la tecnica è vera e corretta e se lo spirito (KOKORO) dell’arciere è sincero. La caratteristica peculiare del tiro Heki è il lavoro della mano sinistra (TSUNOMI NO HATARAKI) che spinge e torce l’arco: una tecnica tramandata nei secoli, la cui efficacia è stata verificata anche tramite moderni esperimenti nelle Università giapponesi. Tsunomi no hataraki significa “il lavoro di tsunomi” (con tsunomi si indica un punto alla radice del pollice della mano sinistra. In sintesi si tratta di applicare una forza di torsione in senso antiorario sullo spigolo posteriore destro dell’arco, che durante il momento della massima apertura (nobiai) deve essere incrementata al livello più alto possibile.

Quando si giunge al 99% della potenza di torsione lo sgancio viene comandato dalla mano sinistra che, proseguendo il suo lavoro, toglie l’arco dalla via della freccia che in questo modo non viene deviata urtando l’arco stesso, ma segue la direzione di mira. Il kyudo non pone di fronte due contendenti, bensì un arciere di fronte ad un bersaglio, che attesta la corretta esecuzione. In un certo senso si può dire che il kyudoka con la pratica si pone di fronte a se stesso, ai propri limiti, alle proprie potenzialità.

Si tira a piedi nudi su di un pavimento in legno, in un dojo (luogo dove si pratica la Via), in ogni stagione. I bersagli sono situati in un terrapieno coperto, detto AZUCHI. All’inizio della giornata e, soprattutto per i principianti, si tira al MAKIWARA (paglione a distanza di due metri). Questo consente di studiare bene la forma senza la distrazione e le difficoltà che può creare il bersaglio. In questo caso si usa una freccia in bamboo senza penne. Un allenamento ordinario prevede 100 frecce al MATO, ovvero un bersaglio del diametro di 36cm, di carta di colore bianco, con alcuni centri concentrici di colore nero, posto a distanza di 28 metri. Durante un allenamento completo, ma soprattutto in caso di particolari ricorrenze o in presenza di ospiti, vengono effettuate 2 o 4 frecce al bersaglio seguendo una sequenza formale di movimenti chiamata TAI HAI: 1 in piedi e 1 in ginocchio.

Saltuariamente viene effettuato il tiro a 60 metri (ENTEKI), ad un bersaglio del diametro di circa n. 1 metro. La tecnica è la medesima, ma vengono utilizzate frecce più leggere, con penne più basse; la mira viene leggermente alzata.

Alcune citazioni da un testo del maestro Inagaki Genshiro dal titolo ‘Yumi no kokoro’ (‘Lo spirito dell’arco’) possono aiutare ad approfondire la comprensione degli scopi della “Via dell’arco”,  na comprensione oggi ostacolata da idee moderne per le quali il kyudo sarebbe “arte zen” o “disciplina puramente spirituale”, che dimentica la dimensione tecnica del tiro con l’arco, facendone una delle tante manifestazioni del “fasullo spiritualismo” della nostra epoca: “..... l’Arte del kyudo è costituita da e si sviluppa con l’unificazione di tecnica e spirito (mente); l’allenamento della tecnica e quello mentale costituiscono il kyujutsu, che è precisamente ciò che intendo per vero kyudo”...... e ancora .... “L’unica via per penetrare il vero Kyudo, cioè l’insieme di tecnica e di spirito (mente) che ivi coesistono, consiste nel praticare l’esercizio del tiro; coloro che reputano possibile raggiungere la comprensione dello spirito del kyudo coltivando sì il dominio di corpo ed etichetta, ma trascurano l’arduo esercizio delle tecniche, dal kyudo non trarranno altro che vuota forma esteriore.”- (Inagaki Genshiro)

 

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