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Questa settimana ci occupiamo di un’arte che produce oggetti sia per uso comune e sia oggetti artistici… come sempre in Giappone la conoscenza delle arti viene custodita per essere tramandata affinché si mantenga la tradizione nel tempo; questa settimana parliamo di Ceramiche Giapponesi: la ceramica giapponese ha origini più antiche di qualunque altra produzione ceramica al mondo: lo stato attuale delle ricerche consente di ritenere che le produzioni ceramiche abbiano avuto inizio nell’arcipelago nipponico fin dal Periodo Jōmon (ca. 10.000 a. C. - 300 d. C.).

kyusu marrone

Le ceramiche di quest’epoca portano decorazioni di motivi a corda (jōmon), impressi appunto mediante l’applicazione di corde sull’argilla fresca. Nel V secolo dopo Cristo, durante il Periodo Kofun (330-710 d.C.), una nuova tecnica fu importata dalla Corea e diede luogo alla ceramica sue, una terraglia modellata al tornio e cotta in forno ad alte temperature in ambiente riducente. Nell’VIII secolo dopo Cristo i ceramisti giapponesi appresero dalla Cina il metodo d’invetriatura con sali di piombo, segnando così l’inizio della ceramica invetriata in Giappone. La terracotta invetriata verde del Periodo Heian (794-1185) derivava da quella del precedente Periodo Nara (645-793). Fu anche praticata l’invetriatura a cenere, che fonde a temperature superiori ai 1250° C. A questo punto sembrava che la ceramica invetriata si avviasse ad una grande fioritura: invece, solo le fornaci di Seto ereditarono la tecnica d’invetriatura a cenere e la trasmisero al successivo Periodo Kamakura (1185-1392). Le fornaci dei sei famosi siti giapponesi di produzione - Tokoname, Atsumi, Echizen, Shigaraki, Tanba e Bizen - continuarono a produrre ceramica priva d’invetriatura cotta a temperature elevate anche durante il Periodo Muromachi (1393-1572). Nel Periodo Momoyama (1573-1603) la ceramica giapponese subì un notevole sviluppo: nuove fornaci si diffusero a Kyūshū, Karatsu, Agano, Takatori e Satsuma, mentre nelle regioni di Kyōto e Imari la cerimonia del tè (chanoyu), stimolò la creatività dei centri di produzione già esistenti. Le due spedizioni militari in Corea del 1592 e 1597, volute dal Reggente Toyotomi Hideyoshi, diedero a diversi capi militari giapponesi l’opportunità di condurre in Giappone parecchi ceramisti coreani, depositari di superiori abilità tecniche e artistiche nella modellatura a tornio e a scultura, nella decorazione dipinta e nella tecnologia della fornace noborigama, che consentiva il mantenimento di alte temperature (fino a 1400° C) e dalla quale risultava una perfetta cottura del corpo ceramico e dell’invetriatura.

Nel Periodo Edo (1603-1867) la produzione di ceramiche era concentrata soprattutto a Kyōto e a Imari nella provincia di Saga. Con l’avvento della decorazione in blu sotto coperta e smalti sopra coperta la ceramica giapponese entrò nell’era della decorazione dipinta. Le fornaci stabilite nei feudi (han’yō) erano vere e proprie imprese commerciali amministrate e controllate dai capi militari: costituivano infatti centri manifatturieri rilevanti per l’economia dei feudi, poiché producevano e distribuivano non solo vasellame comune e d’uso quotidiano per il grande consumo, ma creavano anche opere d’arte, usate come doni ufficiali e diplomatici. L’evento rivoluzionario nelle produzioni ceramiche risale al 1617, quando a Izumiyama nel territorio di Hizen, nel nord di Kyūshū presso Arita, fu scoperta l’argilla adatta a fabbricare porcellana. Inizialmente si fabbricò porcellana denominata sometsuke, sommariamente decorata in blu cobalto sotto coperta come i prototipi cinesi, stabilendo un modello duraturo per il vasellame giapponese d’uso quotidiano. In un breve prosieguo di tempo le produzioni giapponesi furono molto favorite da due circostanze storiche concomitanti: la sempre crescente richiesta di porcellana da parte della committenza europea e la crisi politica dell’Impero cinese Ming, che determinò dapprima un rallentamento delle esportazioni e poi, attorno al 1660, il declino delle produzioni cinesi destinate all’Occidente. Da questi eventi il Giappone trasse vantaggio, sostituendo il vasellame cinese con produzioni uguali e similari. La committenza europea, per il tramite della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, trasmetteva in Giappone forme e sagome del vasellame, oltre che precise indicazioni su colori, disegni e temi ornamentali. Arita, il centro di produzione più organizzato e più attivo, beneficiava di una felice posizione vicino a Imari, il porto dal quale le porcellane iniziavano il lungo viaggio verso Occidente. Col nome Imari ci si riferisce ad articoli d’esportazione, tipicamente decorati in blu sotto coperta, smalti sopra coperta - in specie rosso di rame - e oro. Si cominciò a produrre porcellana dipinta a smalti policromi sopra una coperta detta nigoshide di color bianco latte opaco, sulla quale l’ornamento prendeva bellissimo risalto. Lo stile Kakiemon, iniziato verso il 1643 e molto apprezzato in Europa fin verso la metà del XVIII secolo, si distingue per l’impiego di una vivida tavolozza di verdi, gialli, blu e azzurri, tra i quali spicca uno smalto rosso aranciato del colore del frutto del kaki.

Durante il Periodo Meiji (1868-1912) nacquero nuovi movimenti nell’arte della ceramica. Molti ceramisti di talento formatisi presso le fornaci tradizionali cominciarono a proporre le loro opere come prodotti artistici veri e propri. Il fisico e chimico tedesco Gottfried Wagener (1831-1892) diede un notevole impulso al miglioramento dei mezzi produttivi delle fornaci di Arita, contribuendo specialmente al perfezionamento degli smalti. Nella storia della ceramica giapponese la raffinata porcellana Kutani occupa un posto preminente. Le prime fornaci sorsero nel villaggio di Kutani verso la metà del sec. XVII. Verso la fine del secolo, grazie al pittore Kusuni Morikage, ebbero grande successo porcellane caratterizzate da un disegno decorativo fortemente segnato dalla linea nera di contorno; un bellissimo piatto è conservato al Museum of Fine Arts di Boston; un altro, con decorazione a fiori e uccelli, è nel Museo Nazionale di Tōkyō. Kutani è un marchio molto prestigioso di ceramiche giapponesi di altissima qualità. Le prime creazioni risalgono al 17° secolo, quando Saijiro Goto, un membro del clan Maeda che aveva studiato le tecniche di lavorazione della porcellana ad Arita, ha istituito un primo forno Kutani. Un memoriale di Goto è stato eretto vicino ad un vecchio forno di Kutani, nella città di Kaga. La caratteristica delle porcellane di Kutani è lo smalto multi colore estremamente brillante con cui vengono realizzate le decorazioni. Per fare questo, si utilizzano vari pigmenti sovrapposti: blu, verdi, rossi, marroni e dorati. Attualmente, solo a 49 maestri artigiani il governo ha riconosciuto la responsabilità del marchio Kutani. L’azienda giapponese Choemon da 130 anni realizza ceramiche Kutani, con un’organizzazione strettamente familiare e un processo produttivo in cui tutto è fatto a mano, compresi i pennelli costruiti ad hoc per segnare finemente le superfici delle suppellettili. I Choemon hanno intercettato Jaime Hayon durante la Tokyo Design Week e l’hanno avvicinato affascinati dal modo in cui era riuscito a dialogare con aziende classiche come Baccarat e Lladró, rileggendone sensibilmente l’estetica. Non speravano però che avrebbe accettato la proposta di una realtà piccola e sconosciuta. Jaime ci ha messo un po’ a capire quali “sì” lo erano davvero e quali, molto nipponicamente, nascondevano un “no”, o a scoprire la complessità della tavola giapponese – che comprende miriadi di piccoli oggetti, ciotole, ciotoline, posa bacchette – e la sua dimensione un po’ confusa (a quanto pare in Giappone non è un grosso problema servire tè nel bicchierino del Sake). Nel giro di un anno è nata una collezione di 120 pezzi che intreccia lo sguardo di Hayon al modo collaudato dei Choemon: se le ceramiche Kutani, tradizionalmente, ospitano storie disegnate, lui ha creato narrazioni personali, attingendo dall’esperienza in Giappone, come ai personaggi del circo orientale.

 

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