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Questa settimana Vi raccontiamo la storia di alcune donne giapponesi che si distinguevano per la loro bellezza, forza e bravura svolgendo un lavoro da uomo… ma come spesso accade, lo eseguivano anche meglio: i caratteri che formano il loro nome significano donne del mare. I loro corpi si tuffano da oltre duemila anni nelle profondità delle acque giapponesi per pescare e raccogliere perle. Sono le Ama.

ama

Di loro si parla già nel Man’yoshu, la più antica raccolta di poesie giapponesi pervenutaci, e nel Makura no soshi, il romanzo di Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice del periodo Heian (794-1185). Oggi, film e racconti continuano a ritrarre la loro affascinante figura e far conoscere una tradizione che sta lentamente cambiando e sparendo. A parte una minima percentuale di uomini la professione di ama è sempre stata riservata alle donne perché si ritiene che il loro corpo abbia uno strato di grasso tale da permettere di sopportare meglio il freddo delle acque marine.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso l’equipaggiamento delle ama era essenziale, fatto di un perizoma (fundoshi) e di una bandana attorno alla testa (tenugui), e solo in tempi recenti si sono dotate di una muta per l’immersione. Un’innovazione che se da una parte ha permesso di tollerare tempi di immersione più prolungati, dall’altra ha spinto le cooperative di pescatori a regolamentare le ore in acqua consentite, per proteggere le risorse del mare: due ore di pesca al giorno, una al mattino e una al pomeriggio nel periodo primaverile, e il doppio in quello estivo. A seconda del tipo di pesca ci sono due tipi di ama, le oyogido, spesso principianti, che lavorano senza barca, vicino alle coste e si immergono fino a 2, 4 metri di profondità. E le funado che, accompagnando la barca, spesso del marito, si spingono al largo e fino a 25 metri di profondità, portando a casa i più ricchi pescati. La loro vita fuori dall’acqua si concentra attorno alle amagoya, baracche in cui si ritrovano il mattino per preparare la giornata di lavoro, parlando tra loro, mangiando e controllando gli strumenti per la pesca. Ritornano qui anche dopo il lavoro per lavarsi, scaldarsi, e rilassarsi. Per sei mesi all’anno sono, così, libere dai doveri sociali e familiari che ci si aspetta da una donna giapponese, libere di condividere con altre donne la passione per il mare. Oggi, delle circa 10mila pescatrici esistenti fino al periodo postbellico ne risultano solo duemila, secondo i dati del quotidiano giapponese Asahi Shimbun. La maggior parte ha 50, 60 anni, molte superano i 70 anni, poche sono le ventenni. In un incontro che si è tenuto lo scorso anno in Corea del sud tra pescatrici e ricercatori dei due paesi asiatici, qualcuno ha suggerito di inserire la pesca delle ama nella lista del patrimonio Unesco per tutelare tradizione e professione.

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