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Una realtà in profondo mutamento come quella giapponese del periodo Meiji (1868-1912), una famiglia di Tokyo come tante, un felino che studia con attenzione ogni cosa attorno a sé per poi darne un'opinione: se Natsume Sōseki non fosse il grande scrittore che è, Io sono un gatto avrebbe potuto assumere con facilità i tratti di un divertissement dal sapore paradossale

E, invece, quest'opera è unanimemente ritenuta uno dei maggiori romanzi della letteratura nipponica dello scorso secolo, tuttora amata da milioni di lettori per la freschezza che emana e la capacità di rievocare in modo vivido e godibilissimo un mondo scomparso con i suoi riti quotidiani, le aspre maldicenze, le sottili ambiguità, le piccole e grandi speranze per il futuro.
Grazie allo sguardo limpido e penetrante del gatto protagonista (nonché narratore) emergono in superficie azioni e comportamenti degni di una tragicomica commedia umana, priva di qualsiasi alone eroico: anzi, più i personaggi si sforzano d'apparire distinti e raffinati (come il proprietario della bestiola, un intellettuale insulso eppure pieno di sé), più si mostrano ridicoli e mossi da interessi meschini.
Sornione e acuto, l'animale assomiglia per certi versi a un maestro zen; osserva, riflette, prende coscienza della vera essenza delle vicende degli uomini e se ne distacca ricorrendo alle due armi del saggio per eccellenza, l'ironia e la lucidità. Così facendo, con la massima naturalezza, il felino impartisce una lezione tanto fondamentale quanto difficile da attuare: saper sorridere di noi stessi e della nostra fragile, contraddittoria umanità.

Anna Lisa Somma | www.bibliotecagiapponese.it © riproduzione riservata

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