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L’Acero Tridente (Acer buergerianum) é entrato nell’immaginario collettivo, anche tra i non esperti di arte bonsai, come una tra le piante che più simboleggia quest’arte.  Forse per via di quella sua alternanza di eleganza e forza, ben rappresentata da un apparato radicale estremamente generoso, in grado di creare nebari possenti ma mai banali - contrapposto al sottile merletto della ramificazione secondaria e terziaria e alle foglie aggraziate, piccole ma meno delicate rispetto alle più sottili ed eleganti foglie dei leggeri Aceri palmati.

 

UN PO’ DI STORIA

Nell’aerale di orgine (Cina, Giappone), l’Acer B. si presenta come un albero di medie/piccole dimensioni, che predilige gli habitat boschivi e montani. L’altezza media è all’incirca tra gli 8 e 12 metri. E’ una specie robusta, in grado di resistere bene sia al freddo che al caldo.
Le foglie richiamano visivamente le zampe palmate del rospo, da qui il nome “kaeda” dato dai giapponesi all’Acero tridente, che deriva dal termine “Kaeru-de” = mano del rospo.
L’Acer buergerianum possiede, come il Gingko Biloba, un’ottima capacità di adattamento agli elevati livelli di inquinamento degli ambienti cittadini,
per questo motivo (in Giappone) è molto diffuso in viali e parchi cittadini.

ASPETTO

Le foglie sono palmate, strette alla base, con tre lobi diretti in avanti, di solito non dentati o poco dentati lungo il margine, di colore verde scuro nella Acer buergerianumparte superiore, bluastra in quell’inferiore., diventano lisce su ambo i lati e assumono colorazione rossa in autunno e in primavera. Le dimensioni delle foglie vanno dai 3/8 cm. (lunghezza) ai 4/8 cm (larghezza).
La corteccia è di color grigio-marrone e tende a sfaldarsi in squame piatte con il passare degli anni, i fiori sono piccoli e giallo-verdi, in grappoli conici, larghi, diritti e fioriscono in primavera all’apparire delle giovani foglie.
Frutti: con ali parallele (samare/disamare), diritte, lunghe fino a 2,5 cm verdi o rossastre dapprima, di colore marrone alla maturazione.

CULTIVAR

La sottospecie A. buergerianum formosanum presenta altezza ridotta e fogliame più fitto e coriaceo. Una cultivar rara per i bonsai è A. buergerianum “Mino Yatsubusa”, varietà nana con fogliame fitto e brillante, apice acuminato e lucide foglie lunghe e strette che in autunno appaiono come laccate di rosso.

RIPRODUZIONE

Per seme, talea, margotta

CONSIGLI BASE PER LA COLTIVAZIONE

Per le doti di resistenza al freddo e al caldo, l’ A. b. è, tra gli aceri, la specie non autoctona che si presta maggiormente alla coltivazione bonsai nelle diverse condizioni climatiche riscontrabili nelle nostre regioni. Per ovvie ragioni le indicazioni riportate sono abbastanza generalizzate. Invitiamo pertanto chi legge ad adeguare sempre le indicazioni al proprio microclima.

ESPOSIZIONE E PROTEZIONE

In generale è considerata una pianta piuttosto resistente sia nei confronti del caldo che del freddo. Per precauzione, nelle località più a Sud e nei mesi più caldi, per evitare rischi all’apparato fogliare, è opportuno proteggerla dall’irraggiamento solare più intenso e dai venti caldi. Per il resto non va sottratta all’esposizione solare, sia per incrementare la colorazione del fogliame nel periodo autunnale, sia per favorire l’accorciamento degli internodi e la riduzione delle dimensioni dell’apparato fogliare.
In inverno può rimanere all’esterno, dato che ha una buona tolleranza alle basse temperature. Si consiglia comunque un minimo riparo dell’apparato radicale rispetto ad eventuale gelate (es. tessuto non tessuto, foglie, strati di torba ecc...).

(Collezione Sergio Guerra)

REATTIVITA’

E’ considerata una pianta che “perdona” molti errori, in quanto possiede elevata capacità cicatriziale e sopporta bene (se eseguite nei corretti periodi) potature importanti.

ANNAFFIATURE

Vale, anche per l’A.b., la regola dell’alternanza bagnato/asciutto. Vanno sempre considerate, in presenza di esemplari con abbondante vegetazione ed estesi apparati radicali, messi a dimora in terreni particolarmente drenanti, e soprattutto in casi di vento, i problemi derivati dalla traspirazione che potrebbero, se non controllati per tempo, influire negativamente sullo stato di salute della pianta sino a conseguenze estreme (dai semplici afflosciamenti sino ai più estesi colpi di secco). Allo stesso modo vanno evitati eccessi d’acqua che potrebbero provocare marciumi e annerimenti delle punte.

STILI

Quasi tutti, ad eccezione dello stile literati. Meno diffusi negli stili “non convenzionali” per le latifoglie, in quanto più utilizzati per le conifere (battuto dal vento, cascata, semicascata). Molto più diffusi invece nello stile eretto informale e su roccia.

POTATURA

L’inserimento delle gemme dell’Acer b. sul caule (fusto) è opposto. Su ogni ramo avremo sempre una coppia di gemme opposta e tendente, nella coppia successiva, ad effettuare una rotazione sull’asse compresa tra circa 30°- 90°. Questo non succede per esempio nell’Acer mospessolanum, nel quale ogni coppia di gemme è ruotata di 90° dopo ogni inserzione sul fusto. Nel “disegnare” la potatura del nostro albero dovremo quindi tenere sempre ben presente questa caratteristica, introducendo alcune variazioni rispetto alle naturali linee di crescita dell’acero.
Si lavorerà sulla ramificazione secondaria in modo che si presenti alterna, e non più opposta. Lo sviluppo dei successivi germogli dovrà poi essere “monitorato” secondo le proprie aspettative per evitare crescite disordinate e mantenere l’armonia delle proporzioni (l’A. b. è anche una pianta a crescita veloce!).
Un’eventuale crescita di parte della ramificazione secondaria potrà essere utile per irrobustire le parti che si vogliono conservare: successivamente si potrà intervenire, lasciando un solo germoglio ad ogni nodo. Tutto ciò riguarda la prima fase della cosiddetta potatura di formazione. Quando si sarà raggiunta la necessaria conicità di ogni ramo e le giuste proporzioni, ci si potrà dedicare ad ottenere una buona ramificazione terziaria.
La defogliazione si puotrà effettuare indicativamente prima del periodo estivo e servirà, tra l’altro, per ottenere un fogliame più bello ai fini della colorazione autunnale.

TECNICHE DI RINVASO

Trapianto: alla fine dell’inverno, prima che la pianta emetta le foglie, ogni 2-3 anni, anticipando in caso di piante più giovani. Durante il rinvaso si dovrà cercare di eliminare le radici poste sotto alla base del tronco favorendo le radici perimetrali, per consentire l’allargamento della base del nebari.
Ph del terreno neutro o leggermente acido. Possibili miscele con : Akadama, Sabbia di Fiume, Torba Bionda, Terriccio Universale, Torba nera, Pomice. La granulometria della miscela dovrà essere in funzione degli stadi di crescita della pianta. Per piante in formazione sarà opportuno avere una granulometria medio/grossa, in grado di garantire una maggiore ossigenazione al terreno e quindi un assorbimento più veloce della sostanza organica.

CONCIMAZIONE

Mediamente ogni 15 giorni dall’apparire delle foglie fino alla prima metà dell’estate con prevalenza di azoto. Si può aumentare l’intensità del fogliame con la somministrazione di fosforo e potassio da mezza estate in poi. Eliminando contemporaneamente l’azoto si riduce la comparsa di nuovi germogli tardivi e si favorisce l’accumulo di zuccheri nelle foglie vecchie.

AVVOLGIMENTO

L’applicazione del filo va fatta durante il riposo vegetativo estivo, facendo attenzione alla fragilità dei rami, poiché questi sono assai delicati durante il periodo di sviluppo. Il momento più adatto è alla fine della stagione vegetativa, di solito a metà giugno. E’ opportuno interrompere per un paio di giorni le annaffiature prima di procedere alla “filatura” e/o proteggere i rami durante l’operazione.

PATOLOGIE

Parassiti e malattie: erniosi, scolitidi, bruchi, cicadelle. Per quanto riguarda l’oidio, si consiglia un trattamento in primavera e alla fine dell’estate, ai primi segni della patologia, mediante l’utilizzo di prodotti sistemici. Si ricorda inoltre che come misure di prevenzione contro l’oidio è opportuno tenere le piante sempre in posizione ben ventilata e luminosa, ed evitare annaffiature dirette sul fogliame. Altre patologie riscontrabili sono: cancro, malattia del corallo, malattia delle tacche nere dell’acero, disseccamento parassitario dei rami, verticillosi, maculatura fogliare, marciume radicale. Afidi e cocciniglie sono piuttosto frequenti e si controllano con i normali presidi. I funghi si sviluppano in varie occasioni, favoriti da eccessiva umidità; le foglie e le radici sono i punti deboli dove entra il patogeno. La prevenzione efficace consiste nel non bagnare troppo e troppo spesso e nell’evitare alle foglie bruciature causate dal sole estivo che possono essere punti d’ingresso di eventuali patogeni.

L’Acer Buergerianum è un’essenza che si presta bene alla coltivazione in pieno campo, per portare a maturazione il tronco e/o irrobustire la ramificazione primaria. Di seguito alcuni esempi che descrivono i vari passaggi della coltivazione. Le fotografie e gli esempi riportati non sono esaustivi, ma sono da intendersi come spunti per eventuali approfondimenti.

SISTEMAZIONE DEL LUOGO DI POSA

In generale, se la zona di coltivazione è estesa, valutare costi e benefici della copertura tramite telo antialghe della zona di piantumazione. In questo acero scasso nel terrenomodo si eviterà la crescità delle infestanti e tutta una serie di lavori di manutenzione piuttosto noiosi, e ci si potrà concentrare sulle piante. Delineare la zona di posa ed effettuare lo scasso, con relativa asportazione del terreno originario. Stendere sul fondo sabbia o ghiaia per il drenaggio (e/o altro materiale a disposizione con caratteristiche simili per il drenaggio).
Alleggerire il terreno originario prelevato dallo scasso (se di buona qualità, altrimenti sostituirlo con altro terreno idoneo alla coltivazione), miscelandolo con inerti sabbiosi se la struttura del terreno risultasse troppo compatta.
Nb – da evitare l’effetto “vaso”, ovvero l’accostamento tra due terreni con caratteristiche completamente diverse tra di loro, aggiungere sempre una parte del terreno originale.

TECNICA DELLA PIASTRELLA

La tecnica della piastrella consiste nel posizionare la pianta sopra un supporto orizzontale (come può essere appunto una piastrella) per strutturare in orizzontale la crescita dell’apparato radicale. Si può effettuare in pieno campo, per piante che abbiano già un minimo di fusto (semenzali di due/tre anni).
La pianta può essere ancorata alla piastrella oppure appoggiata. Nel primo caso la pianta è molto più stabile ma esiste il rischio che le radici entrino nei buchi e spacchino la piastrella, nel secondo non c’è il rischio della spaccatura ma è più difficoltoso ancorare la pianta alla piastrella.
Vediamo il primo caso.

Si recuperano delle piastrelle (sottili, da bagno o da cucina, possibilmente rettangolari), e si forano come da schema. Si prepara un cordino in rafia sintetica o naturale lungo circa 1/1,5 mt. (la rafia naturale tende a marcire nel tempo, e questo può essere un bene se non si prevedono zollature troppo frequenti, mentre la rafia sintetica può durare anni senza degradarsi – questo ptrebbe costituire un problema, se non si effettuano zollature, perchè la pressione esercitata dalla corda sulle radici in crescita potrebbe tagliarle o segnarle profondamente).

In fondo si mette un fermo, costituito da un pezzetto di comune ferro zincato rivestito in gomma.

Si introduce il cordino in uno dei buchi ( a seconda della disposizione dell’apparato radicale e si fa scorrere sino ad arrivare al blocco. Si fa quindi passare il cordino attraverso i diversi fori sino ad arrivare al bloccaggio della pianta, al termine dell’operazione il cordino andrà fissato, avvolgendolo con un paio di giri, al blocco. Si sistema l’apparato radicale cercando di posizionarlo e di distenderlo il più orizzontale possibile e poi si interra.

Naturalmente, operando a radici nude, si dovrà effettuare l’operazione il più velocemente possibile e mantenendo l’apparato radicale umido tramite un vaporizzatore.

ESTRAZIONE

L’anno successivo alla posa su piastrella, le foto della zollatura/estrazione di uno degli Acer buergerianum in coltivazione.
Tramite una vanga piatta si lavora il bordo della zona di scasso, sino ad introdurre la vanga al di sotto della piastrella. Nonostante la piastrella si sente la presenza di un esteso apparato radicale, con alcune radici scese già in profondità. Tagliate quelle, con un paio di spinte si riesce ad estrarre la pianta (senza rompere la piastrella).

Il pane radicale si presenta radiale con una sezione compatta e uniformemente distribuita, sviluppata per circa 4/5 cm di altezza. Dall’immagine si vede l’abbondanza delle radici capillari. Questa forte crescita si deve, oltre alla “generosità” della pianta, all’azione combinata dei due elementi introdotti l’anno prima. Ovvero un terreno molto più sciolto rispetto a quello di partenza, per stimolare la crescita di radici più fini, e la presenza di un elemento “ contenitivo” come la piastrella, per evitare la naturale proiezione delle radici verso il fondo del terreno e mantenere il futuro nebari compatto e radiale.

 

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